Un pasto stellato, e saporito: tre anni dopo la reunion è come se Elio e le Storie Tese non se ne fossero mai andati. Fedeli alla linea e alla propria storia, quindi irriverenti e potentemente antidepressivi, divertenti in maniera mai banale, tanto da presentarsi a Edolo vestiti da cuochi per proporre un singolare «menu à la carte» musicale, con i brani indicati dal pubblico all’atto dell’acquisto dei biglietti. E il frontman che si finge affranto nel constatare che «vi lamentate che facciamo sempre le stesse canzoni…poi vi facciamo scegliere e…scegliete sempre le stesse!».
Il concerto
Lo show - quasi un rito, andato in scena davanti a circa 800 spettatori entusiasti e coinvolti dall’inizio alla fine, in una serata resa frizzante dalla pioggia scesa nel pomeriggio - comincia con un classicissimo, rispettando la struttura di un (corposo) pasto al ristorante: ecco allora che l’entrée ad effetto è «John Holmes (una vita per il cinema)», intuizione dissacrante che mette al centro il più celebre pornoattore della storia.
Che gusto agli antipasti
Gli antipasti prendono invece il via con «La vendetta del Fantasma Formaggino», la cui esecuzione contiene un omaggio a Peppino Di Capri (con il tag di «Champagne») e diventa irresistibile grazie al «guastatore» Mangoni, che pur fuori dalla formazione ufficiale (come pure Paola Folli), è parte integrante di una grandiosa famiglia artistica allargata, che rende EelST un unicum nel panorama nazionale, ampiamente meritevole dell’iperbole esplicitata dal compianto critico musicale Ernesto Assante, il quale considerava gli Elii «la miglior band italiana di tutti i tempi». Ma ci sono due ulteriori antipasti, «I servi della gleba» e «Il vitello dai piedi di balsa» (in doppia versione), e anche in questo caso si attinge da una storia di rango assoluto, che ha Frank Zappa quale fonte di ispirazione primaria e «spiritual guidance», ma ha saputo tracciare una strada personalissima.
Ogni canzone è un contenitore pieno di invenzioni e di citazioni, così come lo sono gli intermezzi palleggiati tra Elio, Faso e i compagni di palco, o gli estemporanei siparietti ad hoc (tipo quello che vede protagonisti i due batteristi, occasionali sostituti di Christian Meyer): quello creato dagli Elii è un mondo a sé, caleidoscopico, coloratissimo, ricco di cacofonie e straordinarie polifonie, di note suonate con divertito trasporto, con testi e dialoghi sapidamente scorretti.
Dai primi piatti a l’ammazzacaffè
Tra i «primi piatti» che vengono serviti ci sono «Mio cuggino», «Fossi figo» (che ha un’orchestrazione di bellezza vertiginosa), quindi le paranoie metropolitane di «Parco Sempione» e l’escursione speziatamente esotica di «Cameroon». I «secondi» si mescolano con la frutta, il caffè e l’ammazzacaffè: sono annunciati da «Uomini col borsello (Ragazza che limoni sola)» ed esprimono il meglio con una sequenza memorabile in cui trovano posto le travolgenti farneticazioni pseudo-bulgare di «Pippero», la hit sanremese «La terra dei cachi» (che valse al gruppo il secondo posto all’Ariston e il Premio della Critica, nel 1996), la furia iconoclasta e post rock di «Supergiovane», la solennità scatologica di «Shpalman». E, soprattutto, «Born To Be Abramo», che centrifuga canti di chiesa, gospel e «Born To Be Alive» di Patrick Hernandez ed è impreziosita dalla plateale lap dance burlesque del solito Mangoni.
Il finalone
Dopo 100 minuti (lontani dalle durate torrenziali di un tempo), finalone a tinte familiari per Elio, il quale rivela che in platea «ci sono i miei genitori, sono lì in mezzo a quelli che ballano», e invita sul palco il figlio Dante, che partecipa ai bis: «Tapparella», accompagnata dall’immancabile coro «Forza Panino!», e l’acuto conclusivo di «Nessun Dorma», con i musicisti che raccolgono l’applauso fragoroso del pubblico.



