Atmosfere ieratiche, arrangiamenti immaginifici, un impasto felice della voce con suoni sintetici e analogici. Tra i cantautori e compositori australiani che con sempre maggiore frequenza abitano territori internazionali, Chet Faker (o Nick Murphy, stando all’anagrafe), in concerto con la sua band nel Vittoriale tutto esaurito, è forse uno dei più singolari.
Non è infatti latore – diversamente da tanti suoi compatrioti – di un folk di tradizione anglosassone rivisitato in chiave «aussie», né di un rock che richiami vastità desertiche ovvero solitudini salmastro-surfistiche degli antipodi, quanto piuttosto di una conturbante miscela di elettronica, dance, musica d’ambiente e sinuose melodie, distorsioni chitarristiche e cupezze rumoristiche, trip hop e contemporary soul, che rinvia semmai – per ritmo, per groove – a luoghi di sperimentazione (e anticipazione di tendenze) inglesi o ibizenchi.
L’atmosfera
Quel che si dice creare l’atmosfera: l’avvio, con sax e basso sugli scudi per l’intro strumentale di «Over You» è da brividi, più ancora che lo sviluppo successivo di una canzone che riflette, malinconicamente, su ricordi che sbiadiscono nel tempo. E non è da meno «Drop the Game», che assomiglia a una ballata western virata in chiave lisergica e dance. Completa la triade iniziale una cover vertiginosa di «No Diggity», gemma r&b degli americani Blackstreet.
Poi paiono calare ispirazione e varietà, con «Remember Me» (nell’esecuzione della quale la voce di Chet tende un po’ a scappare) e «The Thing About Nothing». Ma era solo per prendere meglio la rincorsa: è di nuovo ipnotico, e a suo modo solenne, il clima generato da piano e sax in «A Level of Light», un pezzo stratificato e ricchissimo, a cui segue per contrappunto la semplicità francescana di «1000 Ways».
Viaggio tra gli album
A Chet piace evidentemente alternare ritmi e temi, così come gli album di riferimento: se il recentissimo «A Love for Strangers» (2026) fa la parte del leone con otto tracce, ci sono brani anche del disco d’esordio «Built on Glass» (1998, quindi «Talk is Cheap» e «Gold» tra i bis) e di altre fatiche in studio come «Hotel Surrender».
Per cui, se aumentano decisamente i battiti con la scintillante «Birthday Card» (un brano che richiama gli U2 elettronici), ecco che a bilanciarla si palesano gli inquieti ma sussurrati interrogativi di «Can You Swim?», e poi «Low», un graffio tra blues e fusion nella notte stellata. Pubblico entusiasta, con piena ragione, e un’altra medaglietta al merito da appuntarsi sul petto per le sorelle Costa, anime di «Tener-a-mente».



