Voce esagerata e spumeggiante: Anastacia al Clerici non delude

L’artista americana torna in città per il tour dedicato al venticinquennale di «Not That Kind»: la scaletta è emozionale, ritmatissima e di impatto
Enrico Danesi
Il concerto di Anastacia al Clerici
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Il concerto di Anastacia al Clerici

Anastacia non delude, e Brescia non può che applaudirne a scena aperta l’ennesima performance ad alto tasso spettacolare. È strapieno il Teatro Clerici, invero sold out da mesi, per il concerto della «piccola donna dalla voce grande», al terzo passaggio in città dopo i live di Piazza della Loggia del 2015 e Teatro Morato del 2018. Ma ce ne fu uno anche in provincia, quello del 2025 al Vittoriale di Gardone Riviera, che ospitò proprio uno show di questo lungo tour dedicato al venticinquennale di «Not That Kind», l’album che lanciò l’artista americana nell’empireo del pop internazionale quando aveva già trentadue anni. Anche se poi è stata amata forse più all’estero che non negli Stati Uniti, dove le stelle del pop sono vittime di uno spietato ricambio generazionale, alimentato da un sistema ipercompetitivo, che impone di continuo nuovi gusti, invece di assecondare quelli sedimentati.

Uno show spumeggiante

La performer di Chicago regala uno spettacolo spumeggiante, come sempre officiato alla stregua di un rito dance, senza tempi morti né pause, muovendosi sul palco come se ci fosse nata (e di sicuro aiutano, al riguardo, i trascorsi da ballerina): non per caso la scenografia riproduce un ambiente casalingo, con tanto di finestre e porta d’ingresso, ed è da quest’ultima che ella fa la sua apparizione. Il look d’occasione è, nella prima parte, ostentatamente casual: giubbetto dorato su maglietta nera, jeans attillatissimo, scarpa tacco 15 con zeppa a slanciarne i 157 centimetri d’altezza; la lunga chioma bionda e l’occhiale azzurrato sono invece consolidati marchi di fabbrica.

Lo è pure la voce esagerata (nera, a dispetto della pelle, e un po’ più nasalizzata che in passato) con la quale si palesa alla platea bresciana cantando due brani a mezza strada tra pop e rock quali «One Day in Your Life» e «Now or Never» che, nonostante il titolo simile, non è la cover americana in stile Elvis di «‘O sole mio», ma la traduzione di una composizione del cantautore tedesco Johannes Oerding. Prima della ballad «Staring at the Sun» rivolge un caloroso saluto agli spettatori; quindi si cimenta col soul di «Paid My Dues», interpretato a velocità supersonica.

Scaletta emozionale

Poi Anastacia Lyn Newkirk opta per l’hip hop travolgente di «Nobody Loves Me Better» e sciorina pure un piacioso pezzo afro-funky, «Overdue Goodbye». Attinge da tutti gli undici album (otto in studio, tre dal vivo) pubblicati in carriera per comporre una scaletta emozionale, ritmatissima e di impatto, che non si preoccupa di andare avanti e indietro nel tempo, tra successi di ieri e pezzi più recenti. La band è di quelle classiche (chitarra, basso, tastiere, batteria), «incicciottita» da un vasto reparto percussioni e corredata da un paio di coristi, uno dei quali a tratti si trasforma in una seicorde aggiunta: garanzia non di particolare varietà, ma di indubbia potenza di suono (a volte troppo carica sul piano dei bassi), che una platea entusiasta mostra di apprezzare non poco. Piace anche il successivo e curioso mix in cui vengono accennate epocali hit dei generi più disparati, che la capobanda invoca per testare la versatilità dei suoi strumentisti e l’adattabilità della sua stessa vocalità ad ogni circostanza.

Ballad e omaggi

Dopo un intermezzo, Anastacia si ripresenta abbigliata in nero, con un soprabito che luccica d’oro e d’argento su fondo verde, proponendo ballad piene di sentimento quali «Heavy On My Heart», «You’’ll Never Be Alone» e «I Belong To You – Il ritmo della passione» (in origine un riuscito duetto con Eros Ramazzotti, qui proposto con un convincente compagno di palco).

Dopo una coinvolgente parentesi acustica, in cui la voce è quasi «nuda» eppure senza incrinature («How Come the World», «Welcome to My Truth», «Whising Well»), arriva il terzo cambio d’abito (nero, con profluvio di veli e di glitter) e scorrono copiosi gli omaggi: giocosamente blues quello agli inglesi Free (la prima band di Paul Rodgers) attraverso «All Right Now», gemma datata 1970; intenso quello ai Guns N’ Roses sulle note di «Sweet Child O’ Mine»; e non manca nemmeno quello ai Led Zeppelin, con le epiche intro e outro di «Kashmir» che fanno da cornice a «Left Outside Alone», battente rock della casa.

Il finale è un tributo di Anastacia alla propria storia e alla forza di volontà che la contraddistingue, che hanno sopperito nel tempo (insieme a una vocalità da superdotata) a qualche stereotipo musicale di troppo: Anastacia prende lo slancio con «Not That Kind» – il brano che dà il titolo alla tournée, rifiutato da tante case discografiche prima di folgorare gli spettatori di MTV nel 1998 e cambiare prospettiva al suo futuro – e si sublima con «I' M Outta Love», la canzone che ancora oggi la rappresenta più di ogni altra.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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