I frati francescani furono un po’ i pionieri dell’archeologia in Medio Oriente. Saio, camice bianco e caschetto: così scavavano tra Emmaus, Cafarnao, sul Monte Nebo... A loro si deve la conferma archeologica e scientifica delle narrazioni bibliche e a loro si deve gran parte dei ritrovamenti che oggi si possono ammirare all’interno di quel grande e stratificato istituto che è il Terra Sancta Museum di Gerusalemme, istituzione della Custodia di Terra Santa alla cui progettazione hanno lavorato Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni, architetti dell’omonimo studio bresciano specializzato in museografia. Un museo nato per i pellegrini che ben presto ha acquisito importanza storica e scientifica, grazie ai ritrovamenti dello Studium Biblicum Franciscanum. E a cui oggi è dedicato un libro edito da Electa (192 pagine, 38 euro), a cura di Manuela Castagnara Codeluppi, con testi del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Francesco Ielpo, Tommaso Saltini, Eugenio Alliata (direttore del museo), Dan Bahat, dello storico Franco Cardini, di Antonio Musarra e Codeluppi.
Tortelli, come siete arrivati a lavorare a Gerusalemme?
Ci hanno chiesto di presentare un progetto, sapendo che ci occupiamo di questo. Non eravamo mai stati a Gerusalemme. La richiesta iniziale era per una serie di musei, non solo questo e quello storico dei francescani che si trova al suo interno (dato che l’ordine è custode dei luoghi e da sempre favorisce i pellegrinaggi). Si sarebbero dovuti allestire quello di Cafarnao, quello di Betlemme… La nostra proposta è piaciuta. I musei collaterali non sono però decollati. Era il 2013. L’intento era aprire entro il 2015, ma alla fine sono stati tredici anni di lavoro.

Un lavoro biblico... Le difficoltà immagino si leghino alla cultura e alla situazione geopolitica.
Oltre alle difficoltà ordinarie logistiche e organizzative c’è la diversità culturale. Per esempio: venerdì sabato e domenica non si lavora. I francescani, poi, tentano di favorire il lavoro dei palestinesi, perché ne hanno bisogno. E poi sono arrivati Covid e guerra, che hanno bloccato le maestranze da fuori, ovvero da Betlemme e Ramallah, bacino di grande disponibilità di manovalanza. Come dice il cardinale Pizzaballa nel libro, in Medio Oriente nulla è come sembra.

Ora il lavoro è finito? C’è stato un taglio del nastro?
Sì, è terminato, ma attendiamo dalla Custodia della Terra Santa la possibilità di inaugurare in maniera adeguata. Perché anche se il museo è aperto, non c’è pubblico: non ci sono visitatori né pellegrini. Solo chi si occupa di archeologia o gli israeliani, che però non frequentano la città vecchia se non per il muro del pianto. Questo è il museo più importante della cristianità, per gli ebrei ha meno senso. In ogni caso, ci sono pezzi di archeologia che altrove non si trovano. Abbiamo tante aspettative, quindi: attendiamo un momento più felice. Tra un mese ci saranno le elezioni, vedremo come andranno. Di certo in Occidente si percepisce il pericolo in maniera più amplificata: è vero che i pellegrinaggi sono fermi e che i voli costano molto, e che le strutture ricettive sono chiuse, ma viaggiare si può. Sbloccare l’impasse sarà difficile, ma ci speriamo: ora vediamo tre o quattro gruppi di visitatori in quindici giorni, quando prima se ne vedevano trenta o quaranta al giorno.
Il museo è inserito nell’itinerario dei pellegrinaggi cristiani, quindi?
Si trova sulla prima stazione della Via crucis, ma è molto specialistico. Si vedono cose che non si vedono nei tour classici. Il museo si trova nel convento della flagellazione di Cristo, sul luogo della Fortezza Antonia distrutta da Tito, che stava a difesa del tempio. Della fortezza non c’era niente: noi abbiamo messo insieme le tracce archeologiche per capire cosa accadde e come cambiò la città dagli anni di Cristo a oggi. Le proiezioni e le descrizioni mostrano tutti i periodi. Il museo esisteva già: era piccolo ma significativo, con materiali straordinari dal punto di vista documentale e archeologico.

Da dove provengono?
Da scavi in Palestina, Israele e Giordania, tutti svolti dai francescani dello Studium Biblicum Franciscanum. Cercarono le città della narrazione biblica non più esistenti, come Cafarnao. Erano ormai coperte dalla vegetazione.
A Gerusalemme si mischiano tante culture. Chi ha lavorato concretamente durante l’allestimento?
Per lo più muratori e maestranze palestinesi d Betlemme e Ramallah, con i container che sono arrivati dall’Italia a Jaffa e poi da Jaffa a Gerusalemme, tramite strade strettissime. Anche se Betlemme si trova a pochi minuti dalla città, i lavoratori impiegano ore per arrivare. E già lì è una prima difficoltà. Dopodiché ci sono i problemi di dialogo culturale: si tratta di maestranze che non hanno la cultura del restauro e della conservazione. Per loro ciò che è rotto e vecchio è brutto, la bellezza sta solo in ciò che è pulito, lucido e scintillante. Abbiamo lavorato per fare capire loro che in realtà si tratta di materiali affascinanti che parlano anche della loro storia. L’hanno capito, anche grazie ai primi testi che abbiamo fatto affiggere con l’apertura della prima parte del museo. Li abbiamo scritti in inglese, italiano (la lingua dei francescani), ebraico e arabo. Ora sono consapevoli che si tratta di qualcosa di importante, che fa parte della loro storia. Alla fine si preoccupavano per ogni dettaglio. Una soddisfazione per noi e anche per loro che hanno compreso l’importanza di conservare i materiali che parlano della storia di una terra nella quale affondano tante radici comuni, nonostante la discordia.




