Prima dell’elettricità, delle grandi acciaierie e ancor prima che Brescia diventasse una delle capitali mondiali della manifattura, era l’acqua a muovere la città. Una rete di canali derivanti dal fiume Mella (il Bova e il Grande tra i principali) attraversava quartieri oggi irriconoscibili, alimentando magli, mole, mulini e officine che per secoli hanno trasformato il lavoro del ferro in una delle principali ricchezze del territorio.
Di quel paesaggio sopravvive pochissimo. Una delle rare eccezioni è il Museo del Ferro «Lodovico Giordani» di San Bartolomeo, ospitato in un antico opificio del quartiere, dove una ruota idraulica gira ancora oggi, alimentata dallo stesso canale che, già nel 1770, metteva in funzione il maglio. Un complesso rimasto in attività fino agli anni Ottanta che conserva ancora gli utensili e gli strumenti di un mestiere dopotutto non così antico, come una capsula del tempo. Il museo è una delle tre sedi del Musil - Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia, insieme a quella di Cedegolo e Rodengo Saiano e dal 2023 fa parte della rete europea ERIH, Strada Europea del Patrimonio Industriale.
Con il direttore René Capovin abbiamo visitato l’esposizione.
Direttore, come nasce il museo?
Le origini del museo affondano in due storie che a un certo punto si incontrano. Da una parte c’è la figura di Lodovico Giordani, dirigente d’industria metallurgica ad alti livelli, uomo di cultura e di rilievo nella Confindustria del tempo che, negli anni Sessanta, aveva curato le fiere all’EIB, l’Esposizione Industriale Bresciana. Con i proventi raccolti, aveva iniziato una collezione per un museo della tecnica bresciana. Quel progetto non riuscì mai a concretizzarsi e la collezione, alla sua morte, rimase in capo all’Ateneo. Parallelamente, negli anni Ottanta, la Fondazione Civiltà Bresciana, che faceva capo a mons. Fappani, recuperò questo complesso storico, dopo la cessazione dell’attività di Mansueto Caccagni, ultimo fabbro che vi lavorò e che aveva mantenuto il canale attivo. Quindi, all’inizio degli anni Novanta è nato il Museo del Ferro, che si scelse di intitolare proprio a Giordani.
Come si è arrivati al Musil?
Il museo, dopo una prima fase vivace, entrò in una sorta di stand-by. Ne uscì quando Fondazione Civiltà Bresciana decise di conferire il museo al Musil, nato nel 2005. È stato un percorso lungo e complesso: prima è stato necessario intervenire sulla struttura, poi ripensare completamente il percorso espositivo. Oggi il museo è aperto stabilmente e propone attività didattiche, visite e laboratori dal 1° maggio dell’anno scorso.

Cosa lo rende unico?
Sono principalmente tre cose. La prima è che qui non c’è solamente il maglio, ma in questo stabile veniva fatta anche la lavorazione successiva, cioè la molatura. Erano due ditte distinte che operavano e il borgo era conosciuto come “delle mole”. La seconda è che siamo quasi in città. E questo fa capire come le ruote idrauliche fossero la normalità nel paesaggio. La terza è proprio il sistema idraulico ancora funzionante.
Che percorso segue il visitatore negli spazi del museo?
Si comincia dalla sala delle mole, con il pavimento composto dalle mole a fine ciclo in pietra arenaria di Sarnico. Nella sala del ferro, partiamo dalle miniere dell’Alta Valtrompia, con la siderite, il minerale da cui si estrae il metallo. Poi arriviamo alla siderurgia contemporanea e mettiamo l’accento su una cosa che molti non sanno: le acciaierie bresciane del secondo Novecento non hanno niente a che fare con le miniere, ma vanno a rottame. Poi c’è una sala dedicata ai canali in cui si mostra come è cambiato il paesaggio della città. I canali sono stati fondamentali per l’industrializzazione di Brescia tra fine ‘800 e inizio ‘900. Fino ad arrivare alla sala delle ruote idrauliche e a quella del maglio, con la sedimentazione degli oggetti utilizzati quotidianamente dal Caccagni che abbiamo lasciato intatti.

Come avete scelto di utilizzare le nuove tecnologie?
Le utilizziamo già da tempo. Per esempio, le audioguide sfruttano sistemi automatici per la traduzione e la generazione delle voci, permettendoci di aggiornare facilmente i contenuti e offrirli in lingue diverse. Inoltre, organizziamo un laboratorio tenuto da un fisico messicano dedicato all’intelligenza artificiale, per mostrare ai ragazzi che non esiste soltanto ChatGPT: parliamo di machine learning e riconoscimento delle forme. Un’esperienza particolare è poi la visualizzazione a 360° attraverso un visore VR che permette di entrare virtualmente in diversi ambienti, tra cui un’acciaieria.
Qual è, secondo lei, il pezzo più rappresentativo del museo?
In realtà, nei musei di archeologia industriale l’elemento più importante non è la collezione, ma il luogo stesso. Il vero patrimonio è questo complesso produttivo recuperato e conservato. Se però devo indicare un simbolo, direi il maglio, la ruota idraulica esterna e l’intero sistema che sfruttava l’acqua come fonte di energia. Sono questi gli elementi che raccontano davvero la storia del sito.



