Dalla platea del teatro Bonoris di Montichiari alle sponde di Gardone Riviera: la quarta edizione del Garda Lake History Festival, organizzato dal Centro Studi Rsi, prosegue domenica 31 maggio con un ospite d’eccezione, Giampiero Mughini. L’incontro, ospitato dal Vittoriale degli Italiani, vedrà lo scrittore e giornalista dialogare con lo storico Roberto Chiarini sul tema «La storia attraverso i libri».
Sarà un’occasione per esplorare come la letteratura, la saggistica e persino i volumi dimenticati nelle biblioteche private possano diventare strumenti fondamentali per decifrare le complessità storiche e civili. L’evento conferma la missione del festival di «passeggiare con la storia» nei luoghi che ne hanno segnato l’identità.
Abbiamo incontrato in anteprima l’ospite della conferenza.
Mughini, il suo intervento al Festival s’intitola «La storia attraverso i libri». In un’epoca dominata dal digitale, che valore ha ancora la carta per comprendere il passato?
Vede, un libro è un oggetto solido in un mondo liquido. È una testimonianza che non puoi cancellare con un clic. La storia non è fatta solo di grandi eventi, ma di pensieri e contraddizioni che rimangono impresse nell’inchiostro. Io, d’altronde, non potrei rispondere diversamente: passo le mie giornate letteralmente avvolto dagli scaffali della mia biblioteca. È il mio habitat naturale, il luogo dove il tempo si ferma e dove le voci del passato tornano a farsi sentire con una nitidezza che nessun algoritmo potrà mai replicare.
Lei è un celebre collezionista. Si dice che la sua casa sia un vero e proprio tempio della cultura materiale...
Più che un tempio, è un organismo vivo. I libri che riempiono la mia casa sono ormai tra i 20 e i 25mila volumi. Non sono solo carta e colla; sono una mappa per interpretare il Novecento. Una biblioteca non è un accumulo, è un’autobiografia collettiva. In quegli scaffali si legge il battito di un’epoca. Il Novecento è stato il secolo delle grandi illusioni e delle feroci cadute; i libri ne sono stati le armi e gli scudi. Vivere circondato da migliaia di volumi significa possedere un pezzo di verità, anche quando è scomoda.
Sarà al Vittoriale, la casa di Gabriele d’Annunzio, un luogo che è esso stesso un immenso libro di pietra e carta. Qual è il suo rapporto con la figura del Vate?

Il Vittoriale è il tempio dell’estetica. D’Annunzio ha capito prima di chiunque altro che la vita stessa può essere un’opera d’arte. Venire qui è quasi un atto dovuto. Non si può capire la storia d’Italia senza passare per queste stanze, senza confrontarsi con la modernità che lui ha saputo anticipare e incarnare con una forza debordante.
Nel festival si «passeggia con la storia». C’è un libro che consiglierebbe di portare in questa passeggiata per capire l’Italia di oggi?
Non ne esiste uno solo, sarebbe troppo semplice. Bisognerebbe portare con sé i libri che ci hanno dato fastidio, quelli che hanno messo in dubbio le nostre certezze. La storia non serve a darci ragione, serve a farci capire quanto sia difficile averla. Al Festival racconterò proprio questo: il piacere del dubbio che solo una buona lettura, scelta tra migliaia, sa regalare.


