Giordano Bruno Guerri: «Immersi nel futurismo se cavalchiamo il progresso»

Lo storico apre a Montichiari venerdì sera il «Garda Lake History Festival»
Elena Pala
Il gruppo dei fondatori del Futurismo - Farabola Bridgeman Images © www.giornaledibrescia.it
Il gruppo dei fondatori del Futurismo - Farabola Bridgeman Images © www.giornaledibrescia.it

In attesa del debutto della 4^ edizione del Garda Lake History Festival, abbiamo incontrato Giordano Bruno Guerri, che aprirà la rassegna venerdì 22 maggio, alle 20.30 al Teatro Bonoris di Montichiari. Lo storico e presidente del Vittoriale degli Italiani, ci introduce nel cuore pulsante della sua ultima opera «Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani» (Mondadori, 2025). Un viaggio che non è solo storiografia, ma una riscoperta umana e politica di quel «cataclisma totale» che ha cambiato il DNA culturale italiano.

L’incontro con Guerri segna l’inizio del ciclo di appuntamenti «Passeggiando con la storia», organizzato dal Centro Studi Rsi e curato da Roberto Chiarini ed Elena Pala, che proseguirà a Gardone Riviera, Manerba, Lonato del Garda e Salò, e che quest’anno promette di coniugare il rigore della ricerca con il fascino dei luoghi iconici del territorio bresciano e gardesano.

Presidente Guerri, nel suo libro definisce il Futurismo come «la più importante creazione culturale italiana dopo il Rinascimento». È un’affermazione forte. Perché questa avanguardia è stata così determinante?

Perché è stata un’esplosione totale. Non si è limitata alla pittura o alla poesia, ha investito la politica, il costume, persino la cucina. I futuristi volevano demolire il passato per preparare una nuova vita. Mentre il resto d’Europa guardava ancora alle accademie, Marinetti e i suoi lanciavano l’Italia nel cuore della modernità. È un paradosso: mentre distruggevano, stavano costruendo il modo in cui noi oggi guardiamo al mondo.

Lei scrive che ogni avanguardia uccide per rigenerare. Marinetti, nel 1909, suggeriva di andare nei musei una volta all’anno, «come al cimitero». Era solo una provocazione o un reale bisogno di libertà?

Era una necessità vitale. Per loro l’Italia era un «mercato di rigattieri», schiacciata dal peso del suo stesso splendore antico. Per correre verso il futuro, bisognava liberarsi della zavorra. Il genio rivoluzionario di Marinetti fu quello di catalizzare le energie più vivaci dell’epoca. Intorno a lui si raccolse un gruppo incredibile: Boccioni, Balla, Depero... uomini e, non dimentichiamolo, donne straordinarie che vedevano nella velocità e nel pericolo l’unica cura contro la noia borghese.

Lo storico Giordano Bruno Guerri © www.giornaledibrescia.it
Lo storico Giordano Bruno Guerri © www.giornaledibrescia.it

Ecco, le donne. Spesso il Futurismo è accusato di misoginia. Lei però nel libro dedica spazio a figure come Benedetta Cappa o Valentine de Saint-Point. Qual era il vero rapporto dei futuristi con l’«altra metà»?

È un punto che va chiarito. Il «disprezzo della donna» urlato nei manifesti era in realtà il disprezzo per la concezione romantica e debole della donna ottocentesca, quella «donna-oggetto» dei sospiri poetici. Al contrario, il Futurismo aprì spazi di libertà allora impensabili. Le donne futuriste furono audaci, indipendenti, creative. Benedetta non fu solo la moglie di Marinetti, fu una grande artista che influenzò il movimento. Il loro rapporto con il femminile era rivoluzionario, non reazionario.

Un altro nodo complesso è il legame con il fascismo. Lei descrive un’ambizione destinata a fallire. Perché?

I futuristi speravano di «futurizzare» la rivoluzione mussoliniana, di renderla estetica e anarchica. Ma il regime, una volta al potere, cercava ordine e stabilità, non l’imprevedibilità futurista. Eppure, a differenza di quanto accadde con Hitler o Stalin, Marinetti riuscì a impedire che il regime condannasse l’arte moderna come «degenerata». Fu una convivenza tesa, ma vitale, che ha però ipotecato per decenni il giudizio storico sul movimento.

In chiusura, cosa resta oggi di quel «cataclisma»? In che modo le nostre vite, che lei definisce «più noiose», sono ancora futuriste?

Siamo immersi nel futurismo. Ogni volta che usiamo Internet o l’Intelligenza Artificiale, stiamo vivendo il mito della simultaneità e della velocità preconizzato da loro. Il Futurismo è sopravvissuto ai suoi protagonisti perché è un modo di stare al mondo: non subire il progresso, ma cavalcarlo con audacia. Al Festival racconterò proprio questo: la bellezza di un’esistenza che non ha paura di schiantarsi contro il nuovo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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