Parlare di spreco e fast fashion è oggi normale e sacrosanto. Ma la moda – non solo quella alta – è anche altro, proprio in contrasto a questa tendenza consumistica: se ne parla in questi giorni al 52esimo simposio annuale «Re-cycles of dress: costume society of America’s», dedicato a moda, sostenibilità e nuove prospettive del settore fashion.
Tra i relatori ce n’è uno italiano: il bresciano Angelo Ruggeri, giornalista di moda e docente di comunicazione (a Brescia insegna all’Its Machina Lonati), che si trova in questo momento a Charlotte in North Carolina per presentare il paper accademico «Threads of continuity: historical roots and future visions of upcycling in Italian fashion», ovvero «Fili di continuità: le radici storiche e le visioni future dell’upcycling nella moda italiana». L’ha scritto con la collega docente e storica della moda Isabella Campagnol: nel loro studio, i due parlano di come il riciclo sartoriale rappresenti oggi uno strumento fondamentale per dialogare con le nuove generazioni di consumatori e promuovere modelli di produzione e consumo consapevoli.
Oggi si parla moltissimo di sostenibilità nella moda. Cosa significa davvero, secondo lei?
Per troppo tempo la sostenibilità è stata raccontata come una semplice tendenza o strategia di marketing. Oggi deve diventare un linguaggio culturale. Significa ripensare il valore di oggetti, materiali e tempo. L’upcycling non è solo recupero creativo, ma una memoria contemporanea con più vite e storie.
Perché guardare al passato nell’upcycling italiano?
Perché il futuro senza memoria rischia di essere superficiale. L’Italia ha sempre avuto cultura del riuso, artigianato e trasformazione. Le origini storiche sono fondamentali per costruire una sostenibilità autentica.
Che ruolo avranno le emozioni nella moda del futuro?
Centrale. La moda dovrà creare connessioni profonde. I consumatori cercano significato, appartenenza ed empatia. La vera innovazione sarà emotiva oltre che tecnologica.
E per quanto riguarda le nuove generazioni e il consumo fashion?
Le nuove generazioni sono più attente alla coerenza dei brand. Vogliono sapere chi produce, come, e i valori rappresentati. Il consumatore partecipa a una narrazione etica e culturale.
Lei è l’unico relatore italiano. Cosa prova?
È un grande onore e una responsabilità. Portare la visione italiana significa raccontare creatività, manifattura, sensibilità estetica e consapevolezza. La moda italiana può essere un punto di riferimento globale se guida il cambiamento verso un sistema inclusivo, sostenibile e umano.



