Cultura

Melchiorre: «“Il duca” nasce dalla montagna e dai luoghi in cui vivo»

L’autore racconta la genesi del romanzo candidato come unico italiano per l’International Booker Prize 2026: «Ho voluto sfatare la falsa retorica della montagna turistica»
Lo scrittore Matteo Melchiorre
Lo scrittore Matteo Melchiorre
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Il potere, la libertà, l’influenza del passato, le leggi degli uomini e quelle non scritte del bosco. Sono alcuni dei principali temi narrativi sviluppati nel romanzo «Il Duca» di Matteo Melchiorre, potente affresco di dispute e sangue che riacquistano attualità alla luce dei conflitti odierni nel mondo.

La copertina del libro «Il duca»
La copertina del libro «Il duca»

Lo scrittore veneto ha ambientato la storia in un paese immaginario che richiama quello della media montagna delle sue origini. «Il Duca» è pubblicato da Einaudi ed è stato candidato come unico libro italiano nella lista dei tredici selezionati per l’International Booker Prize 2026, che proclamerà l’opera vincitrice il prossimo 19 maggio. L’autore ci rivela i contenuti del suo romanzo.

Melchiorre, da quale spunto trae origine la sua storia? Ci sono richiami a persone o luoghi familiari?

La storia nasce da tanti spunti: cose viste o sentite nei luoghi in cui vivo e ai quali mi interesso, i luoghi della mezza montagna. Ricordo che una sera, a una sagra di paese, a notte fonda, vidi un ragazzo su una giostra a catene; piangeva. Fu una veduta così simbolicamente forte, che sentii giunto il momento di cominciare a scrivere di quei luoghi; a scriverne, possibilmente, senza retorica e patine falsate.

La sua narrazione smonta l’immagine di una montagna intesa come luogo idilliaco e di pace…

Questo è uno dei filoni centrali della mia storia. Quando iniziai a pensare a “Il Duca”, questa folle e ormai stucchevole cascata di parole sulla montagna non era che agli inizi. Mai avrei pensato che nel volgere di pochi anni il tema della montagna diventasse un tema à la page: olografie del bel vivere montano, sfruttamento mediatico, grimaldello per manovrare denari, testa di ponte di un turismo e di una visione che se ne infischia dei problemi quotidiani di chi ci vive 365 giorni all’anno. Con “Il Duca” io ho cercato, tra le altre cose, di smontare questa montatura.

In un passaggio del suo romanzo le cornacchie e la poiana compongono una scena di violenza e prepotenza. La natura può diventare simbolo di traiettorie umane?

La ringrazio per questa domanda. Fin da quando ho incontrato Esopo e le sue favole io non ho mai smesso di cercare e di guardare gli animali. Guardo come attraversino il nostro mondo, che poi è anche il loro. E anche la natura vegetale funziona da “specchio” dell’umano: basti considerare il bosco, un respiro che ci segue e accompagna, non sempre così benevolo, mano a mano che la società umana avanza o si ritrae, secondo le traiettorie della sua propria storia. Oggi il bosco avanza perché l’uomo, tranne che con la retorica delle parole o con la smania del trekking, abbandona la montagna. Se questo non è un simbolo delle traiettorie umane!

«Il sangue è il signore di ogni cosa» pronuncia uno dei protagonisti del suo libro. Cosa può salvare l’uomo da questo abisso?

Con i tempi che corrono, difficile dirlo. Io credo ancora moltissimo nello studio: sui libri, sui luoghi, sui materiali. Studiare le cose, raccogliere elementi e vagliarli. Pensiero critico? Quello. Sarà scontato, ma non vedo altra via. Semmai c’è da capire come fare per tenerlo vivo mentre un intero sistema ideologico-politico, con armi e strumenti fino a pochi anni fa semplicemente impensabili, sta combattendo una crociata per estirpare il poco che di esso rimane.

Nel percorso umano di travaglio e di maturazione del Duca è sotteso un invito al lettore a valutare il nesso tra il passato e il presente?

Sì, certo. Vede, per me, da storico, lo sguardo rivolto sul passato è vitale. Non voglio dire che la storia insegna, ma che guardando nelle cose accadute nel tempo passato è possibile riconoscere morfologie e dinamiche che ritornano. Dall’altro lato sono anche convinto che il passato, anche quello “piccolo”, “nostro”, “individuale”, eserciti pur sempre sul presente una potentissima azione di condizionamento. Conoscerlo è necessario per liberarsene e per riuscire a concepire futuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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