Giletti: «Io e Ingroia, nemici-amici "traditi" per il nostro impegno»

Il giornalista sarà in città mercoledì 27 maggio per presentare il suo ultimo libro al Museo Auto Storiche: «Già a Brescia sulle tracce di mio padre che partecipò alla Mille Miglia del ’53»
Enrico Danesi
Massimo Giletti
Massimo Giletti

Volto celebre dell’informazione televisiva nazionale, Massimo Giletti ci ha abituato al racconto serrato di fatti, eventi e storie al centro del dibattito pubblico. Domani (mercoledì 27 maggio), il giornalista e conduttore piemontese sarà per la prima volta ufficialmente a Brescia per un incontro al Museo Auto Storiche, dove parlerà di «Giornalismo, verità e impegno» e presenterà «Traditi», il libro edito da Piemme, in cui intervista l’ex magistrato Antonio Ingroia, che nella fase aurorale della sua carriera in toga collaborò con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Abbiamo intervistato Giletti.

Massimo, partiamo dal titolo del libro, «Traditi»: si riferisce in particolare a Falcone e Borsellino, e certamente allo stesso Ingroia, che ha voluto dire le sue «verità sui misteri di Palermo e sulla magistratura». Ma vale anche per lei?

Sì, e infatti è stata una scelta naturale, perché sia Antonio Ingroia che io siamo stati traditi, nella nostra vita. È un titolo che ci ha fatto pensare alle nostre vite, in momenti diversi.

Il volume contiene accuse forti e circostanziate. Ha suscitato reazioni altrettanto decise?

Le reazioni ci sono state, ed è ormai quasi automatico che se uno viene tirato dentro una storia, con una ricostruzione nella quale non si riconosce, reagisca attraverso una querela: lo capisco, è un comportamento umano. Su questo fronte, io - che nella mia storia personale sono arrivato a un centinaio di querele - sono quantomeno contento di non aver preso la centounesima…(sorride amaro, ndr). Di fatto, Ingroia, che gli anni più intensi della lotta alla mafia li ha vissuti in prima persona, mette nero su bianco molte cose, facendo nomi, indicando responsabilità precise.

Le sue domande sono incalzanti, e talvolta richiama l’interlocutore a una maggiore sintesi. Il vostro è un rapporto conflittuale?

Il nostro rapporto è anche conflittuale: visioni ed opinioni coincidono solo in parte. Ma lo ripeto: Ingroia ha vissuto un’epoca, in un contesto particolare, e ne è un testimone diretto. È un uomo di sinistra, che ha capito come anche la sinistra lo abbia tradito: quando fai delle battaglie giudiziarie e non hai problemi ad andare fino in fondo, non è che politica ti faccia sconti sulla base dell’appartenenza.

Anche il suo editore non le fece sconti, quando si trattò di chiudere il format «Non è l’Arena», per il quale si stava dedicando, con il suo gruppo di lavoro, ad inchieste di mafia. Ci furono avvisaglie o fu una decisione improvvisa?

Chiudemmo senza preavviso e senza spiegazioni, dopo sei anni di successi: il programma andava davvero molto bene. Ecco, la parola “tradito” si applica benissimo a quella vicenda…Ma io, nella vita, tendo piuttosto a ricordare le cose positive, per cui faccio scorrere il tempo e guardo da una certa distanza.

Parliamo delle cose belle.

Sono un uomo fortunato. Ho vissuto in maniera intensa, ho avuto la fortuna di lavorare con personaggi importanti della storia della televisione, da Pippo Baudo a Giovanni Minoli. Ho sperimentato da vicino tante emozioni e tante situazioni. Credo che non avrei potuto chiedere di più al ragazzo che tanti anni fa è partito con una valigia, da solo, ed è arrivato.

Parlava prima di Minoli e Baudo: sono loro, tra i personaggi della nostra tv, quelli che ricorda con più affetto?

A Minoli devo tutto, per me è stato un padre, lo ricordo ogni giorno con un affetto veramente importante. Ho frequentato a lungo anche Baudo, e sono felice di averlo riportato in tv al mio rientro in Rai, per celebrare i 70 anni della televisione: ho faticato a convincerlo, nonostante il legame forte che c’era tra noi, ma sono davvero contento di avercela fatta, anche perché fu la sua ultima presenza sullo schermo. Ai due, aggiungo Michele Santoro: io faccio un talk-show anomalo e Santoro l’ho seguito, guardato e studiato tantissimo. Averlo riportato in Rai è la cosa più bella che ha fatto “Lo stato delle cose”, della quale sono particolarmente orgoglioso.

Mai pentito di non essere rimasto nell’azienda di famiglia, la Giletti SpA di Ponzone di Trivero, nel Biellese?

No, perché l’azienda l’ho vissuta da dentro, ci ho anche lavorato, capendo che la mia storia professionale sarebbe stata probabilmente diversa. Poi il destino gioca sempre un ruolo nella vita di ciascuno: ci sono le famose “sliding doors” che incidono tanto. Per me si sono aperte spesso all’improvviso, magari in momenti in cui nemmeno le cercavo più. Ad ogni modo, ho sempre seguito il destino, non l’ho mai forzato.

Anche il suo ultimo programma, “Lo stato delle cose”, in onda su Rai 3, è stato interrotto con qualche settimana d’anticipo, nonostante funzionasse. Altro tradimento?

In questo caso no. Sono dell’idea che dialogando si chiariscano tante cose e sono quindi sereno riguardo al futuro dello show, convinto che troveremo un accordo per proseguire. Anche perché davvero è stata una stagione di successo: fare sulla terza rete pubblica, il lunedì, quasi il 7% di media in termini di audience, è un risultato tanto notevole quanto inaspettato.

È davvero la sua prima volta a Brescia?

Per un incontro pubblico, sì. Ma ci sono venuto in privato, per omaggiare mio padre Emilio (scomparso nel 2020, ndr), che aveva con la vostra città un rapporto speciale e alla quale associava ricordi meravigliosi: vinse infatti la Mille Miglia del 1953, nella sua categoria (1º posto di classe e 6º posto assoluto, guidando una Maserati A6GCS, in coppia con Guerino Bertocchi, ndr). Per cui qualche tempo fa, sono venuto a Brescia, ho camminato per le sue vie di sera, vivendole con sguardo sereno. Ne ho ammirato l’eleganza, con il colle che domina la città, e ho fatto il pieno di emozioni.

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