Cultura

Lo «spettro» di Marx, dalla rete all’intelligenza artificiale

Si riaccende il dibattito con la nuova edizione del primo tomo del «Capitale», curato da Roberto Fineschi
Il monumento a Marx ed Engels a Berlino
Il monumento a Marx ed Engels a Berlino
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Lo spettro di Marx si aggira per la rete. Il filosofo di Treviri ci scuserà se parafrasiamo così il suo celebre incipit. Ma l’ispirazione ci arriva dopo che abbiamo provato a usare i Google Trends per misurare il grado di popolarità dei filosofi negli ultimi vent’anni: l’autore del «Manifesto del partito comunista» è sempre primo tra i pensatori sul web. Autentico «fenomeno pop», può vantare distacchi abissali su tutti gli altri: Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Nietzsche e Freud sono tutti nettamente alle sue spalle.

E forse sorprende ancor di più che tra i Paesi in cui il nome di Marx viene inserito più spesso nel motore di ricerca spicca niente meno che la patria del capitalismo, gli Stati Uniti. Anon essere stupito di tutto ciò è Roberto Fineschi, curatore della nuova edizione del (ponderoso) primo tomo del «Capitale», recentemente edito da Einaudi. Il volume sarà presentato oggi in città per iniziativa della Fondazione Calzari Trebeschi.

Professore, quali sono le peculiarità e il valore aggiunto di questa pubblicazione?

«L’opera di Marx ha avuto una genesi travagliata, tant’è che si contano numerose edizioni, anche postume. In questo volume viene proposta l’edizione canonica redatta da Engels nel 1890, arricchita da ulteriori testi, ossia dalle «varianti» significative tra un’edizione e l’altra, in modo che sia possibile ripercorrere la formazione delle categorie fondamentali. D’altronde quella di Marx era una riflessione in fieri, perennemente provvisoria, come dimostra l’elaborazione concettuale di alcuni nodi importanti: dalla distinzione tra valore e valore di scambio, a quella tra lavoro e processo lavorativo, passando per la teoria del plusvalore».

Quali sono state le principali sfide nella traduzione?

«Alcune traduzioni esistenti si sono scontrate con difficoltà oggettive dovute non solo alla disponibilità o meno in italiano di una serie di termini, ma anche alla ambiguità di certe parole della lingua tedesca. Tutto ciò ha comportato la perdita di alcune sfumature importanti. Questa nuova traduzione cerca di essere più precisa.

Uno dei casi più emblematici è quello di "Arbeiter", che può essere sia "operaio" sia "lavoratore". Tradurlo in un modo o nell’altro vuol dire incanalare la ricezione in maniera abbastanza decisa. In questo senso abbiamo cercato di fare un’operazione di trasparenza, come dichiarato nella stessa nota che introduce il libro».

Quali aspetti del Capitale ritiene siano ancora rilevanti per comprendere le dinamiche economiche e sociali del ventunesimo secolo?

«Dopo una lunga "damnatio memoriae" persino l’economia cosiddetta ortodossa ha cominciato a rivalutare il "Capitale" e le intuizioni in esso contenute. In particolare sono state riscoperte alcune categorie utili a spiegare fenomeni come crisi, conflitto sociale, sviluppo tecnologico e globalizzazione. Marx offre una risposta, o quanto meno un abbozzo di risposta, a tante questioni rimaste aperte nel nostro tempo. È utile quindi riconsiderare la sua opera anche al di là del valore storico che il testo può avere».

Quali sono le prospettive degli studi marxiani in Italia e nel mondo?

«Alcuni eventi politici, soprattutto la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica, hanno rappresentato un freno generale per questi studi. Oggi si assiste a un "revival" di Marx perché si distingue la sua teoria in quanto tale dagli usi politici che storicamente ne sono stati fatti, in maniera più o meno legittima. C’è stata una notevole apertura.

I materiali che proponiamo in questa nuova edizione storico-critica del "Capitale" permettono altresì di riprendere una serie di questioni che erano state considerate chiuse: il dibattito sulla teoria del valore, sui soggetti storici, o sulla trasformazione rivoluzionaria può essere ora affrontato alla luce di una conoscenza più vasta e profonda dell’articolazione testuale».

Oggi siamo entrati nell’era dell’intelligenza artificiale. Marx vedeva nelle tecnologie un motore di cambiamento sociale: l’AI può essere il catalizzatore di una nuova, radicale trasformazione?

«Certamente sì. Marx individua una contraddizione di fondo nel capitalismo: da un lato si basa sulla forza lavoro, dall’altro tende a estromettere la stessa forza lavoro dal processo lavorativo. Questa estromissione si realizza proprio attraverso l’innovazione tecnologica. Di sicuro Marx, uomo dell’Ottocento, non avrebbe mai potuto immaginare che questo processo di sostituzione delle macchine all’essere umano avrebbe finito per coinvolgere anche i lavori intellettuali, come sta avvenendo ai nostri tempi attraverso l’intelligenza artificiale. Ma va considerato anche un altro aspetto. È sempre di Marx l’idea che la libertà umana possa essere costruita una volta che il lavoro necessario sia, per così dire, "superato".

Se attraverso l’AI le macchine riusciranno a fare tutto da sé, l’umanità sarà libera di decidere i propri obiettivi e i propri scopi. L’intelligenza artificiale dunque ha formidabili potenzialità emancipative. Ma da sola non basta. Marx avrebbe avvertito che l’AI può diventare davvero fonte di libertà soltanto fuori dal modello di produzione capitalistico». Che per il filosofo resta un male assoluto, tanto da paragonarlo, proprio nel «Capitale», a un lupo mannaro o addirittura a un vampiro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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