Luca Crovi: «Marco Aurelio e i suoi scritti sono nei corsi motivazionali»

Lo scrittore presenterà il suo libro, dal titolo «L’aquila e i lupi», il 10 settembre al Festivaletteratura di Mantova: l’intervista
Francesco Mannoni
La statua di Marco Aurelio al Campidoglio
La statua di Marco Aurelio al Campidoglio

Marco Aurelio, filosofo e scrittore e imperatore di Roma dal 161 d.C. alla morte (180 d.C.) è una figura positiva nel panorama della Roma imperiale, che ha visto personaggi di poco valore e tanta crudeltà regnare nell’Urbe. Le sue campagne militari in Oriente, Armenia e Mesopotamia sono importanti, ma a farlo ricordare sono soprattutto le guerre coi Marcomanni, durate circa un ventennio, che lo impegnarono con il suo esercito per domare le tribù che si erano ribellate.

Questi tempi di guerra ardimentosi e truculenti rivivono in «L’aquila e i lupi» (Sem Classic) primo tomo di una ricostruzione storica che si preannuncia in più volumi come un’avventura globale che lo scrittore Luca Crovi racconta con un incalzante ritmo western e duelli spettacolari. Marco Aurelio e Lucio Vero, precisa Luca Crovi, «non erano fratelli di sangue ma fratelli adottivi, adottati su disposizione di Antonino Pio, diventarono co-imperatori nel 161 d.C. inaugurando la prima diarchia della storia romana. Ma è Marco Aurelio ad emergere come uno statista illuminato, clemente e non troppo incline alla guerra, soprattutto dopo la morte di Lucio Vero». Abbiamo incontrato lo scrittore che il 10 settembre alle 19 presenterà il libro al Festivaletteratura di Mantova, e sarà ospite anche di altri sette eventi.

Crovi, perché Marco Aurelio, ancora oggi è ricordato come un grande?

«Marco Aurelio non è mai stato raccontato in maniera negativa perché non era un bellicoso e le sue meditazioni sono uno studio indifferibile. Da quando fu trascritto, il suo è il memoriale più studiato da imperatori e principi. Non solo. Nell’epoca contemporanea, i precetti che hanno regalato alla sua immagine una grande positività sono studiati nei corsi motivazionali per futuri manager».

Come divenne un grande statista e condottiero?

«Aveva una forte passione per gli studi filosofici e un carattere buono, ma fu costretto a diventare un uomo d’azione, lui che era un uomo di pensiero. Non ha compiuto grandi stragi; non ha punito la moglie che lo tradiva; non ha ucciso uno dei suoi generali che si sostituì a lui: era un uomo moderato e molti storici del mondo antico questa cosa l’hanno percepita, e così gli storici del nostro tempo. Tutte le fonti dell’epoca, da Cassio Dione alla Historia Augusta, raccontano solo i suoi pregi e la sua difficoltà di reggere l’Impero assediato dai barbari, dalle nuove religioni orientali e dal cristianesimo. Tutti gli imperatori successivi cercheranno di imitarlo, compreso suo figlio Commodo, che però aveva un’attitudine alla guerra e alla violenza molto diversa».

Marco Aurelio, storicamente, fu più grande di Giulio Cesare?

«Cesare ha cambiato la storia di Roma, ma quando si racconta quello che ha fatto contro i Galli, si parla di genocidio. Queste cose Marco Aurelio non le ha mai fatte: lui ha usato le armate per difendere il suo paese. E il popolino parlava sempre benissimo dell’imperatore che non si riteneva un Dio».

La difesa delle frontiere, così come fecero i Marcomanni, torna ad essere una necessità oltre che un diritto?

«Purtroppo sì, anche se la soluzione migliore sarebbe sempre il dialogo e l’integrazione tra culture diverse. Limes, infatti, indicava un confine aperto: nasceva su un territorio attraversabile, non su una barriera. È la parola confinium, arrivata successivamente, ad assumere un significato diverso e più vicino all’idea di separazione. Il limes era spesso la via migliore per raggiungere luoghi dove trovare acqua e cibo, uno spazio di incontro nel quale popolazioni diverse per usi e costumi potevano confrontarsi. Nella civiltà contemporanea i confini non dovrebbero impedire il dialogo. Purtroppo, quando prevale una strategia di guerra, anche un piccolo popolo è costretto a difendersi per poter continuare a esistere. I romani, almeno in molti casi, cercavano il confronto con i popoli vicini e li integravano trasformandoli progressivamente in cittadini romani, chiamati a rispettare i doveri richiesti da Roma».

Che cosa può insegnarci oggi la Roma d’una volta in un momento di disordine mondiale preoccupante?

«Attraverso i suoi migliori regnanti può insegnarci un grande rispetto per le civiltà e la diversità e riportare a una scoperta della moralità e dei valori che esistono in qualsiasi momento della nostra esistenza, anche quando c’è la guerra. Marco Aurelio fu costretto ad un’azione di imperialismo contro i Marcomanni, popolo che andava sottomesso, non perché volesse annientarlo, ma perché era l’unico modo per proteggere Roma. Lui cercava di fare accordi con le popolazioni, cose che non si fanno oggi. La situazione in Palestina, Iran e Ucraina assomiglia a quanto racconto nel mio romanzo: piccoli popoli armati riescono a tenere in scacco i grandi imperi gestendo la pratica della guerriglia. E Marco Aurelio davanti al popolo Marcomanno che attacca e sparisce, è costretto a difendersi».

Cosa rendeva i Marcomanni spietati e crudeli in modo più che barbaro?

«Quando un piccolo popolo si deve difendere ricorre alla violenza per sopravvivere, proprio come facevano i Marcomanni. Nel libro riprendo anche le teorie di Galeno e Plinio il Vecchio che li associarono ai licantropi. E fu Galeno ad accorgersi che i nemici non si ammalavano della pestilenza che decimava i romani. Per questo pensarono che avessero poteri soprannaturali, ma i romani quella malattia l’avevano portata dalla Pannonia nel territorio germanico e poi la riportarono a Roma».

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