Sabbadini: «La disuguaglianza di genere si combatte se la si misura»

La statistica e dirigente dell’Istat sarò ospite oggi, martedì 4 novembre, al Teatro al San Carlino ospite della Fondazione Calzari Trebeschi
Linda Laura Sabbadini - Foto Rosdiana Ciaravolo
Linda Laura Sabbadini - Foto Rosdiana Ciaravolo

Si suole dire che i numeri non mentono e questo vale anche quando si parla di disuguaglianze di genere. Il nostro Paese però ha per lungo tempo scontato un problema che potremmo definire di misurazione. «Tutti sapevano che esisteva un squilibrio di genere forte - conferma Linda Laura Sabbadini, statistica e già direttrice dell’Istat per molti anni -, ma dalle statistiche ufficiali non si rilevavano le informazioni, non si quantificava il fenomeno». Proprio Sabbadini, relatrice oggi alle 17.30 al Teatro San Carlino nel penultimo incontro del ciclo «La sfida delle disuguaglianze» organizzato dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi, scardinò 30 anni fa questo approccio.

Sabbadini, cosa successe nel 1995 a Pechino e perché si può dire che fu un punto di svolta per le disuguaglianze di genere?

Esattamente 30 anni fa si svolse la Conferenza mondiale sulle donne di Pechino. Lì il mio libro «Tempi diversi», che avevo curato per l’Istat e la Commissione Parità guidata da Tina Anselmi, fu tradotto in quattro lingue e distribuito tra migliaia di donne provenienti da tutto il mondo. In quel volume (è appena uscito il suo ultimo lavoro «Il Paese che conta. Come i numeri raccontano la nostra storia» ndr) per la prima volta analizzammo la disuguaglianza tra donne e uomini, andando a quantificare aspetti che ne rappresentano le radici quali per esempio il lavoro non retribuito, il trattamento in gravidanza e nel post parto, la violenza, fisica e non.

Cos’altro emerse?

I dati mostravano anche che nelle coppie con figli in cui la donna lavorava, su 100 ore di lavoro familiare, le donne ne assorbivano l’80%. Attraverso le statistiche si scoprì perciò una realtà che era sotto gli occhi di tutti ma mai quantificata: per capire davvero un fenomeno e farlo entrare nel dibattito pubblico bisogna misurarlo, e le donne erano tra i soggetti meno misurati, quasi «invisibili». E se non quantifichi, non è l’uomo a essere penalizzato, lo è, e molto, la donna.

Non esisteva pari dignità nella vita ma pure nei dati.

Esatto, ma il problema della mancanza di pari dignità resta tutt’ora. Nel nostro Paese sono infatti ancora molto diffusi gli stereotipi di genere e persiste un ritardo culturale nella politica. È una resistenza trasversale: nessun governo finora ha investito davvero per superare la disuguaglianza di genere, che si manifesta soprattutto nell’accesso e nella permanenza delle donne nel lavoro. Siamo ancora in fondo alla classifica europea per tasso di occupazione femminile: poco più della metà delle donne in Italia lavora, contro oltre il 70% in Germania e il 67% in Francia.

Quali altri grandi problemi ravvisa in Italia?

Sopravvivono ancora forti stereotipi di genere. Le donne sono portate a scegliere certi percorsi di studio e non altri, e questo incide sull’accesso al lavoro. Restano meno presenti nei settori scientifici e tecnologici e ciò si traduce spesso in occupazioni meno retribuite. Inoltre la scarsa presenza femminile in questi ambiti rischia di generare nuove forme di discriminazione, come quella algoritmica. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, gli stereotipi possono finire per essere codificati, amplificandosi. Gli algoritmi infatti li scrivono soprattutto uomini.

Come evitare ciò?

Serve consapevolezza, che si costruisce con la formazione. Bisogna educare alla parità fin da piccoli, avvicinando le bambine alle materie scientifiche e tecnologiche. E occorre introdurre lo studio degli stereotipi di genere come materia trasversale. La battaglia contro gli stereotipi è perciò lunga e complessa, ma dobbiamo muoverci e agire, perché continuiamo a trascinarci dietro una cultura che li perpetua.

E a disuguaglianza si somma disuguaglianza.

Cresce infatti dove le situazioni sono più gravi: è maggiormente marcata al Sud e spesso si intreccia con altre forme, come le discriminazioni territoriali o etniche. Queste dimensioni si sovrappongono e rendono ancora più complesso affrontarle. Bisogna dotarsi finalmente di una strategia adeguata contro le disuguaglianze di genere, come mai successo nel nostro Paese.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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