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Visco: «Il fisco crea troppa disparità fra lavoratori e impresa»

L’economista ed ex ministro oggi, martedì 28ottobre, alle 17.30 parteciperà al ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi al Teatro San Carlino
Vincenzo Visco
Vincenzo Visco
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«Cosa penso della riduzione dell’Irpef per il ceto medio? Guardi ... le tasse rappresentano un sacrificio individuale per il raggiungimento di un fine collettivo: le imposte sono un elemento costitutivo del patto sociale della nostra comunità. Purtroppo, il clima culturale che ha contraddistinto anche gli anni Duemila ha generato un significativo cambiamento del sistema fiscale, diventato sempre più gravoso per chi lavora e a vantaggio del capitale e di chi fa impresa. Oggi ridurre le tasse al ceto medio serve a fare propaganda politica, perché continuando a tagliare il welfare sociale non si avrà mai una redistribuzione della ricchezza».

Su questi temi Vincenzo Visco è sempre andato in direzione ostinata e contraria rispetto a gran parte dell’opinione pubblica. In Parlamento è entrato da tecnico ed è poi diventato ministro senza mai rinunciare alle sue idee per i compromessi utili alla politica.

«Sono sempre rimasto legato alle mie convinzioni e con una scarsa propensione alla mediazione – ammette l’ex docente di Scienza delle finanze che oggi alle 17.30 parteciperà al ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi al Teatro San Carlino -. Tutt’ora mi chiedo perché in un Paese come il nostro, lo Stato imponga ad alcuni soggetti di contribuire per i servizi di tutti, ad esempio la sanità pubblica, e nessuno protesti?».

Si torna, insomma, al concetto iniziale: il Fisco pesa di più sui redditi di lavoro che su quelli di capitale?

«Esatto. In Italia pare che di questa distorsione se ne sia accorto solo Massimo Landini, facendo però imbestialire tutto il ceto medio. In Francia, invece, l’economista Gabriel Zucman ha proposto invano un’imposta annuale del 2% sulle famiglie con un patrimonio superiore ai 100 milioni di euro per ridurre il deficit pubblico. La verità è che la guerra delle tasse ha modificato il nostro patto sociale: il lavoro è quell’attività da cui il nostro Paese, come molti altri in Occidente, continua a estrarre più risorse da investire in sanità, scuola, sicurezza; quei servizi essenziali a disposizione di tutti. Le pare corretto che il Fisco italiano non tratti allo stesso modo, seppur a parità di reddito, lavoratori dipendenti, pensionati e autonomi? Non le sembra una forma di disparità di trattamento? Eppure le tasse dovrebbero correggere le imperfezioni del mercato».

In effetti...

«Sa che oggi l’Irpef (Imposta sul reddito delle persone fisiche, ndr) produce il maggiore gettito per le casse pubbliche, pari al 40% del totale? E l’Iva, che vale il 30% delle entrate pubbliche, è quella su cui si concentra la maggiore evasione fiscale? E l’Ires, l’attuale imposta sui redditi delle società, sa che vale per lo Stato meno di un quinto dell’Irpef?».

Dimentica l’Irap.

«E come potrei? L’Irap sostituì l’Ilor e fu uno straordinario esempio di razionalizzazione e semplificazione del sistema fiscale italiano. La introdussi alla metà degli anni Novanta, insieme alla Dit: insieme rappresentavano un assetto complementare e coerente di tassazione delle imprese con l’obiettivo, e l’effetto, di rafforzare l’apparato produttivo del Paese. Una spinta alla crescita, perché entrambe tendevano a ridurre l’incentivo a indebitarsi delle imprese e al contrario ne incentivavano la patrimonializzazione. L’Irap è tuttora spesso criticata a sproposito e, un pezzo alla volta, è stata ridotta anche dai governi di sinistra a un simulacro del progetto iniziale».

Nel libro che ha scritto con la giornalista Giovanna Faggionato («La guerra delle tasse», Laterza) propone l’introduzione di un’imposta dedicata al finanziamento del welfare.

«Confermo, la redistribuzione della ricchezza si fa con il welfare, con tutti i servizi dello stato sociale (scuola, sanità, assistenza), non con la riduzione dell’Irpef per il ceto medio. L’imposta dedicata al welfare dovrebbe sostituire, a parità di gettito, l’Irap e i contributi sociali con un prelievo proporzionale generalizzato su tutti i redditi prodotti. Il risultato sarebbe una forte riduzione del costo del lavoro e del cuneo fiscale, con una riduzione del prelievo sulle piccole imprese e il lavoro autonomo per il quale potrebbe gradualmente essere superato il ricorso ai minimali. Ciò detto, credo che le imprese abbiano anche bisogno di una serie politica industriale».

Attualmente i governi, anche per via del pesante debito pubblico, faticano a sostenere politiche di welfare.

«Storicamente i governi di destra sono contrari ai sistemi di welfare, al finanziamento da parte dello Stato di sanità, istruzione e assistenza sociale e favoriscono la previdenza privata (fondi pensione) e detrazioni fiscali per le spese private per istruzione e sanità. La sinistra, tuttavia, ha vissuto a lungo in uno stato alquanto confusionale su questi temi, subendo da un lato il fascino culturale della nuova ortodossia liberista e, dall’altro, un nuovo senso comune. Oggi però gli equilibri del mondo stanno cambiando di nuovo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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