Una bambina venerata come una dea che sul trono tiene un peluche di Hello Kitty. Un’ex dea vivente che, lasciati abiti rossi e rituali, diventa hostess. Giovani che fanno la valigia perché restare non è più una scelta, ferite di una guerra civile finita vent’anni fa e mai davvero chiusa. È il Nepal incontrato da Sara Giacomelli, scrittrice bresciana e docente all’Antonietti di Iseo, che tra metà gennaio e metà aprile 2025 ha trascorso tre mesi nel Paese himalayano. Da quell’esperienza è nato «Le montagne degli dei», libro-reportage pubblicato da Bizzarro Book - Red Star Press, che sarà presentato lunedì 28 settembre alle 17 a Librixia (piazza Vittoria, Bcc Agrobresciano Arena). Abbiamo incontrato l’autrice in anteprima.
Sara, nel libro il Nepal sembra sospeso tra una tradizione fortissima e un altrettanto forte desiderio di cambiamento. Quale sta prevalendo?
«Non credo che oggi ne prevalga davvero una. Mi ha sorpreso trovare una spinta al cambiamento così forte, perché ero partita immaginando un Paese più chiuso, saldo nelle tradizioni e nella religione. Invece ho incontrato insoddisfazione e voglia di cambiare le cose. La tradizione però resta fortissima: ciò che mi ha affascinato è proprio questa convivenza».
L’immagine forse più potente è quella della Kumari, la dea vivente, con il peluche di Hello Kitty che le hai regalato.
«Per me è una delle immagini che meglio raccontano il Nepal. La Kumari è una bambina scelta per incarnare una divinità e vive secondo regole rigidissime. Quando sono tornata a trovare quella di Patan le ho portato un grande peluche di Hello Kitty. Lei lo ha preso, naturalmente senza sorridere, e lo ha sistemato sul trono accanto a sé. C’erano insieme la dea e la bambina, la tradizione antichissima e la contemporaneità».

Poi hai incontrato un’ex Kumari che ha scelto un mestiere decisamente poco sedentario.
«Quello mi ha provocato un altro piccolo cortocircuito. Da bambina è stata Kumari, poi, tornata alla vita normale, ha dovuto persino reimparare a camminare per strada. Quando l’ho incontrata aveva superato le selezioni per diventare hostess della Buddha Air. Da piccola non poteva uscire di casa e oggi vola: mi sembra quasi la personificazione delle contraddizioni del Nepal».
Anche tu sei partita con un’immagine abbastanza precisa del Paese. È sopravvissuta ai tre mesi di viaggio?
«Molto poco. Mi aspettavo un Nepal quasi fermo: montagne, spiritualità, karma, incenso, una certa idea occidentale di pace e immobilità. Invece ho trovato un Paese vivo, affamato e anche arrabbiato, molto più vicino a noi di quanto immaginassi. Anche se le tradizioni restano profondissime. Durante un trekking, per esempio, la mia guida ebbe problemi di stomaco e prima di pensare a un medico mise in pratica alcuni rituali per allontanare gli spiriti. Per lui non c’era alcuna contraddizione: prima il rito, poi eventualmente l’ospedale».
E le montagne? Per noi sono soprattutto la grande attrazione del Nepal. Per i nepalesi che cosa rappresentano?
«Sono sacre, ma anche una fonte di lavoro e parte della vita quotidiana. Ho fatto due lunghi trekking, nella regione dell’Everest e in quella dell’Annapurna, e sono stata anche nel Mustang. In alcuni luoghi il senso del sacro è fortissimo: bandiere di preghiera, pietre con i mantra, laghi sacri. Esistono ancora montagne sulle quali i nepalesi non salgono perché sono considerate dimora delle divinità. Non tutto deve essere conquistato».

Nel libro però, sotto quelle vette, emerge un Paese con ferite profonde. Una è la guerra civile conclusa nel 2006. Tu scrivi però che «la guerra non è ancora finita».
«Per moltissime famiglie non lo è. Prima di partire anch’io non ne avevo compreso fino in fondo la portata. Incontrando attivisti e familiari delle vittime ho scoperto che non è mai stata fatta piena chiarezza su sparizioni, torture e uccisioni di civili. Ci sono famiglie che da vent’anni aspettano di sapere che cosa sia successo ai propri cari. Non chiedono soltanto un risarcimento: chiedono verità e giustizia».
Un’altra ferita profonda è quella aperta dalla tragedia di fine agosto, con il crollo del ghiacciaio nel Langtang e la devastante alluvione che ne è seguita. Che effetto ti ha fatto vedere quelle immagini?
«La prima cosa che ho fatto è stata contattare le persone che avevo conosciuto per sapere se stessero bene. Durante il viaggio avevo già toccato con mano la fragilità del territorio: spostandomi da Kathmandu verso Pokhara avevo attraversato fiumi che d’estate esondano, distruggendo strade, ponti e collegamenti. E tra le persone che ho incontrato c’è una forte rabbia per le conseguenze del cambiamento climatico».
Un’altra grande questione è l’emigrazione. Il Nepal che racconti sembra un Paese con la valigia pronta.
«Mi è stato ripetuto chiaramente: in Nepal migrare non è una scelta. Si parte perché manca il lavoro, spesso con l’idea di guadagnare abbastanza per poter tornare. Ma non sempre accade. E dietro chi parte ci sono i "left behind", quelli lasciati indietro: bambini che crescono lontano dai genitori, mogli che restano a occuparsi della famiglia, anziani che vivono grazie alle rimesse. I villaggi comunque si stanno spopolando».
Kathmandu invece cresce: qual è il primo ricordo che ti restituisce?
«Il rumore. Clacson, motorini, campane dei templi, voci. Poi i colori e l’odore dell’incenso. È una città caotica, trafficatissima, in cui anche attraversare la strada all’inizio mette paura. Ma è proprio questa confusione a renderla viva».
Dopo tre mesi, allora, che Nepal hai portato a casa?
«Un Paese che non sono sicura si possa decifrare fino in fondo. Prima di partire pensavo che tradizione e modernità fossero due forze destinate a scontrarsi. Lì ho visto che, almeno per ora, riescono a convivere. Una persona può credere negli spiriti e andare in ospedale, un’ex dea vivente può diventare hostess, un giovane può contestare il sistema politico senza rinnegare la propria cultura. Il Nepal che ho incontrato è esattamente lì, in quella tensione».




