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Pennacchi: «Svalutazione di lavoro e welfare aumentano le disuguaglianze»

L’economista, già sottosegretaria al Tesoro, ospite al Teatro San Carlini martedì 18 novembre, dell’ultimo appuntamento del ciclo «La sfida delle disuguaglianze»
La professoressa Laura Pennacchi - Foto © www.ilparlamento.eu
La professoressa Laura Pennacchi - Foto © www.ilparlamento.eu
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Disuguaglianze, lavoro e welfare sono tre aspetti strettamente correlati, in relazione l’uno con l’altro, «e non possono essere trattati separatamente: aver cessato di operare in modo collegato, svalutando il lavoro e mettendo in discussione il welfare con forti privatizzazioni, non ha fatto altro che aumentare le disuguaglianze».

A sostenerlo è Laura Pennacchi, economista e già sottosegretario di Stato al Tesoro sotto i governo Prodi e D’Alema, che martedì 18 novembre alle 17.30 al Teatro San Carlino chiuderà il ciclo «La sfida delle disuguaglianze» organizzato dalla Fondazione Clementina Calzari Trebeschi con Fondazione Luigi Micheletti e Anpi. A introdurre ci sarà Stefania Romano, presidente delle Acli provinciali di Brescia.

Quando si è iniziato a scindere i tre temi?

Nei 30 anni dopo la Seconda guerra mondiale si è agito per combattere la mancanza di lavoro, seguendo l’obiettivo keynesiano della «piena e buona occupazione». Parimente si è investito nel welfare tipico europeo, con l’Italia che seppur in ritardo ha agito in questo senso. A partire dagli anni ‘80 però la situazione è cambiata: il lavoro è stato flessibilizzato e precarizzato, il welfare sminuito dal ruolo dei privati come ben si evince nella sanità, e ciò ha portato a una forte incremento delle disuguaglianze.

Costa significa in ambito economico?

Significa che sia sul fronte reddito sia dal lato ricchezza si è allargata la forbice. Un dato su tutti: nel 1979 il rapporto tra la retribuzione mediana, cioè quella che si colloca a metà tra i salari più bassi e quelli più alti e quindi non una media, e lo stipendio di un manager era di circa 29 volte. Già allora si trattava di una differenza significativa ma ancora accettabile. Oggi invece quel divario è esploso: in molti casi il compenso di un top manager può arrivare a essere 400, perfino 1.000 volte superiore a quello di un lavoratore medio.

Non a caso lei parla di esplosione delle disuguaglianze.

In un rapporto del premio Nobel Joseph Stiglitz, che recentemente ha guidato il programma economico del nuovo sindaco di New York Mamdani, si documenta come l’1% della popolazione si sia appropriata del 41% della nuova ricchezza creata dal 2021, mentre al 50% ne sia andata solo l’1%. Se non è una esplosione questa…

Come si può cambiare tale situazione? Come combatterla?

La mia tesi è che per contrastare davvero la disuguaglianza non basta agire solo sul piano redistributivo ma anche allocativo: serve intervenire sui processi strutturali che determinano come vengono distribuite le opportunità, i ruoli, le risorse. Agire su questi meccanismi è fondamentale: ciò che pensiamo del lavoro, e ciò che saremo in grado di proporre come programma progressivo, potrò ridurre le distanze economiche e sociali, andando parallelamente ad agire sul welfare.

In questo senso come valuta la manovra del governo prossima all’approvazione?

Non incide minimamente sulla crescita: non interviene sui fenomeni strutturali e, di conseguenza, non agisce sul lavoro, che dovrebbe essere il perno di un nuovo modello di sviluppo. C’è una nullità totale di visione. Non a caso, le previsioni di crescita restano modestissime, così come le risorse messe in campo. Anzi, parte dei fondi provenienti dall’ultima rimodulazione del Pnrr vengono di fatto sottratti agli investimenti per essere usati in spesa corrente.

Sul piano redistributivo poi l’intervento è sbagliato nell’impostazione. È giusto pensare a un sostegno ai ceti medi, ma prima bisognerebbe occuparsi della povertà. Non esiste un’idea di sistema più equo: si punta piuttosto a una transizione verso un modello fiscale con pochissime aliquote, una sorta di flat tax, che nei fatti è estremamente regressivo e applicato solo in alcuni Paesi dell’Europa orientale. I benefici andrebbero soprattutto ai più ricchi, e lo confermano i dati di Istat e Banca d’Italia: anche quel piccolo vantaggio che si promette ai ceti medi, in realtà, finisce per premiare chi ha già di più.

Lato welfare?

Non si colmano le grandi falle. Sulla sanità ad esempio si parla di maggiori risorse, ma in termini reali, rapportate al Pil e all’inflazione,equivalgono a un minore finanziamento. Per non parlare del lato industriale, dove poco o nulla si fa per arginare la deindustrializzazione, vedasi soprattutto Toscana, Umbria ma pure la Liguria, che grave sul Paese

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