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La giurista Bologna: «Le democrazie alle prese con i partiti antisistema»

Nell’ultimo decennio sono aumentate le forze politiche che puntano a minarne le fondamenta: se ne parla nell’ultimo libro della docente di Diritto costituzionale all’Alma Mater
Génération Identitaire è il gruppo di estrema destra francese sciolto per decreto nel 2021 dal Consiglio dei ministri
Génération Identitaire è il gruppo di estrema destra francese sciolto per decreto nel 2021 dal Consiglio dei ministri
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Le democrazie europee sono sotto pressione, nell’ultimo decennio sono aumentate le forze politiche che puntano a minarne le fondamenta.

Le democrazie sono attrezzate? Hanno gli anticorpi per contrastare questi movimenti? Ne parla la professoressa Chiara Bologna, docente di Diritto costituzionale all’Università di Bologna nel suo ultimo lavoro, «Costituzione e partiti antisistema» (Editoriale Scientifica, 194 pp., 13 euro).

Perché scrivere un libro sui partiti antisistema?

Gli indicatori delle organizzazioni che monitorano lo stato della democrazia e dei diritti umani ci consegnano negli ultimi anni un risultato univoco: tali principi vivono una stagione di declino ed è in corso quella che viene definita una «regressione democratica». Nella relazione pubblicata nel 2023, Freedom House sottolineava che anche nei paesi con democrazie consolidate le forze interne hanno sfruttato le carenze dei loro sistemi per promuovere odio, violenza e concentrazioni eccessive di potere.

In questo contesto, la crescente presenza di organizzazioni politiche animate da posizioni razziste, xenofobe e variamente intolleranti ha riaperto già da alcuni anni il dibattito sull’opportunità di difendere l’ordinamento costituzionale dai gruppi antisistema e dalle loro idee. I partiti antisistema, nella ricostruzione che propongo, sono i movimenti politici che contestano i principi fondamentali del patto su cui si fonda un ordinamento statuale. L’attività di opposizione svolta da queste organizzazioni non è su principi secondari, nel quadro di un sistema condiviso di valori, ma è una opposizione che contesta i principi fondanti dell’ordinamento e mira conseguentemente a mutarli.

Quando ho iniziato a scrivere questo volume era evidente che la fragilità della democrazia non riguardasse solo paesi geograficamente e politicamente lontani: il Congresso statunitense era stato assaltato il giorno della formalizzazione dell’elezione del Presidente Biden dopo un intervento istigatorio dell’ex Presidente Trump, in Europa erano stati dichiarati illegali movimenti neofascisti come Alba dorata in Grecia o Génération identitaire in Francia e lo stesso dibattito italiano era infuocato dall’opportunità di sciogliere o meno con un decreto-legge Forza Nuova dopo l’assalto alla Cgil dell’ottobre 2021.

Secondo lei rappresentano un pericolo reale per le democrazie europee?

Rappresentano una realtà diffusa da molti anni, con la quale fare i conti. La crisi economica del 2008, in Europa forse più che altrove, ha riacceso sentimenti nazionalisti e antipartitocratici nutriti dalle politiche di austerity dell’Unione europea, dall’accresciuto peso delle istituzioni di Bruxelles nelle politiche di bilancio degli Stati, nonché dalla percezione che scelte fondamentali per le sorti dei cittadini fossero assunte in sedi tecniche (la c.d. troika) e non politico/rappresentative. La perenne crisi fiscale dello stato sociale prima e la crisi economica poi hanno favorito la (ri)nascita di attori antagonisti di vario tipo: movimenti antiglobalisti, formazioni di sinistra radicale e, soprattutto, forze di destra radicale (a volte destra estrema), che traggono linfa dalla crescente centralità del tema dell’immigrazione.

Un pericolo si è già concretizzato e lo ha rilevato il Parlamento dell’Unione europea già in una risoluzione dell’ottobre 2018: la crescente normalizzazione, nel dibattito politico, di fascismo, razzismo, xenofobia e altre forme di intolleranza. Non possono essere esclusi anche pericoli per le istituzioni: lo dimostra quanto avvenuto in Polonia e in Ungheria con le riforme che hanno compromesso l’indipendenza del potere giudiziario. Sotto questo profilo, tuttavia, al di là dei vincoli e delle garanzie derivanti dall’appartenenza all’Unione europea, contano gli “anticorpi” di cui è dotato ciascun ordinamento statale (il radicamento dei principi liberal-democratici, il sistema politico, le garanzie costituzionali, l’opinione pubblica).

Lei distingue tra democrazie protette e democrazie aperte, quale impostazione è più efficace?

A partire dal secondo dopoguerra compaiono in alcune costituzioni disposizioni che impediscono di utilizzare diritti fondamentali (come la libertà di espressione) per combattere i principi costituzionali liberal-democratici, prevedendo anche lo scioglimento dei partiti che abbiano anche soltanto finalità contrarie a tali principi: è il caso della Germania, riconducibile al modello delle democrazie protette.

L’assalto di Forza Nuova alla Cgil di Roma del 9 ottobre 2021
L’assalto di Forza Nuova alla Cgil di Roma del 9 ottobre 2021

In alternativa, le istituzioni e le costituzioni statali possono avere un atteggiamento di (tendenziale) tolleranza nei confronti dei movimenti politici che anche mirino a mutare i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, ma che conducano la loro battaglia con metodi pacifici, rispettosi della dialettica democratica. L’idea sottesa a tale orientamento, proprio delle democrazie aperte, è quella liberale secondo cui la verità può scaturire solo dalla libertà e dal confronto tra idee differenti.

La scelta tra i due modelli porta con sé tuttavia un dilemma che il costituzionalismo contemporaneo non ha risolto: se da un lato le esperienze autocratiche del XX secolo hanno mostrato cosa accade alle democrazie che non si difendono, dall’altro, in uno stato liberal-democratico, limitare anticipatamente i diritti di chi si oppone alla costituzione significa rinunciare a una parte della costituzione che si vuole proteggere. È il paradosso delle democrazie protette, che per difendere la costituzione reprimono le forme di dissenso ideologico che mirano a sovvertirla, finendo col limitare il pluralismo in nome del pluralismo stesso.

Ma non solo. Limitare la libertà di espressione e di associazione delle opposizioni anticostituzionali, nel comprensibile tentativo di proteggere la democrazia e i diritti che essa garantisce, porta con sé il rischio, in una drammatica eterogenesi dei fini, di precostituire con tali misure gli strumenti che favoriscono le regressioni democratiche che si vogliono evitare. Lo scioglimento dei partiti politici di opposizione è infatti una misura tipica dei sistemi non democratici.

L’Italia è al riparo dalle influenze di partiti antisistema?

Credo che il nostro paese abbia solidi anticorpi istituzionali e culturali, anche perché i principi costituzionali sono oggi molto più radicati di quanto non lo fossero nei primi decenni di vigenza della Costituzione. Nessun ordinamento tuttavia può dirsi al riparo dalle influenze di queste formazioni politiche. Il punto è quali debbano essere le misure per affrontare il problema.

L’Assemblea costituente fece scelte chiare: il divieto di riorganizzare il partito fascista contenuto nella XII disposizione, un vincolo anche ideologico per i partiti del futuro, fu inteso in senso restrittivo, come divieto di riorganizzare il «partito fascista quale si è manifestato nella realtà politica del Paese dal 1919 al 1943» (così lo stesso Togliatti). Per non ripetere le imposizioni operate dal regime precedente la nostra Costituzione tutela ampiamente il pluralismo: alla libertà di espressione è imposto il solo limite del buon costume e non vengono posti limiti alle finalità che i partiti possono perseguire.

Se è dunque assolutamente necessario che le forze politiche odierne evitino ogni forma di “collateralismo” rispetto a organizzazioni razziste e xenofobe che negano principi fondamentali come quello dell’eguaglianza, occorre cautela (suggerita tanto dalla giurisprudenza della Corte costituzionale quanto da quella della Cassazione) nell’uso della leva penale e dello scioglimento di formazioni politiche.

Se pensiamo al recente caso di Forza Nuova e guardiamo all’Europa ci sono stati casi in cui la protezione è stata efficace e altri no: Génération Identitaire in Francia è stata sciolta, in Belgio invece vent’anni fa il Vlaams Blok è stato sciolto ma è rinato immediatamente come Vlaams Belang e oggi è la seconda forza politica. Cosa ne pensa?

Lo scioglimento di una forza politica non è evidentemente garanzia del venir meno delle idee che essa propugna e il caso belga lo dimostra. È anche per questo che lo scioglimento è uno strumento da utilizzare per le formazioni che rappresentino un pericolo per l’ordinamento non tanto a causa delle loro idee, ma soprattutto per il metodo attraverso il quale le perseguono. Lo scioglimento colpisce l’organizzazione di questi gruppi, riducendone la pericolosità materiale.

Questo è quanto avvenuto con Génération identitaire, che era una formazione neofascista che si era data un’organizzazione di tipo para-militare, o con Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, sciolti nel nostro paese sulla base della legge Scelba ed entrambi appartenenti alla destra chiaramente eversiva. Anche il Tribunale costituzionale tedesco, che opera in un sistema di democrazia protetta, richiede da alcuni anni una pericolosità concreta per lo scioglimento di un partito e che esso non professi soltanto obiettivi anticostituzionali, ma si attivi contro l’ordinamento liberaldemocratico.

Tutto questo non esclude che l’autorità giurisdizionale italiana possa in futuro rintracciare in Forza Nuova gli elementi di pericolosità materiale rintracciati in passato in altre formazioni. La soluzione tuttavia può difficilmente essere affidata solo ai tribunali. Le forze politiche contemporanee che vogliano contribuire a proteggere la costituzione sono chiamate almeno a due responsabilità: evitare di cavalcare gli estremismi e rispondere con i mezzi e i principi dello stato liberal-democratico alle difficoltà che si celano dietro la scelta degli elettori di votare per un partito antisistema, come avvenuto da ultimo in Turingia e Sassonia.

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