I successi di AfD scuotono la Germania

L’affermazione in Turingia e in Sassonia chiede risposte politiche
I vertici di AfD Alice Weidel, Tino Chrupalla e Jouerg Urban - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I vertici di AfD Alice Weidel, Tino Chrupalla e Jouerg Urban - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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A undici anni dalla sua fondazione il partito Alternative für Deutschland ha compiuto una parabola impressionante fino a diventare forza maggioritaria in una regione simbolicamente importante come la Turingia, e secondo partito in Sassonia con una percentuale del 30%, a un’incollatura dalla Cdu.

Ai tempi di Adenauer vigeva un dogma per i cristiano-democratici tedeschi: mai scoprirsi a destra, evitare in tutti i modi la nascita di una forza politica a destra della Cdu. È un insegnamento che hanno seguito anche Helmut Kohl e Angela Merkel, almeno finché ha potuto. Poi è arrivata AfD, dapprima come piccolo movimento euroscettico, fondato e guidato da docenti universitari, per lo più economisti nostalgici del marco, convinti che l’adesione alla moneta unica danneggiasse le dinamiche produttive del paese.

Quella AfD degli inizi ha cambiato pelle lasciando posto a un partito ben strutturato, diffuso capillarmente su tutto il territorio nazionale, con bastioni nell’area orientale, stabilmente sopra il 10% alle elezioni nazionali. All’euroscetticismo sono subentrate altre tematiche, riconducibili alle tendenze tradizionali della destra: xenofobia, nazionalismo, oltre alla rivendicazione di un’identità tedesco-orientale fortemente penalizzata nel processo di riunificazione nazionale.

Su queste basi AfD ha costruito la sua ascesa puntando anche su personaggi poco raccomandabili come quel Björn Höcke, candidato governatore in Turingia, protagonista di diversi incidenti incresciosi e di scivolate neonaziste, e per questo osservato speciale del Verfassungsschutz, il servizio di protezione della Costituzione.

Intendiamoci, da un punto di vista geopolitico il successo di forze politiche di destra estrema potrebbe essere visto come un allineamento della Germania ad altre nazioni vicine: in fondo è accaduto anche in Franca, in Ungheria e in Polonia che partiti di quella famiglia ottenessero notevoli risultati elettorali. E in Italia governa da due anni legittimamente un partito che ha le sue più remote origini nel fascismo. Perché la Germania dovrebbe fare eccezione? Perché dovrebbe essere immune da certe tendenze generali?

La risposta è ovvia: la Germania non è un Paese come gli altri e il passato nazista continua ad avere un peso specifico non eludibile negli equilibri e nei rapporti di forza internazionali. Quello che altrove è accettabile, sia pure tra mille polemiche, in Germania inesorabilmente fa insorgere gli spettri di un’epoca micidiale e funesta.

Il risultato delle elezioni in Turingia e Sassonia costringe i partiti tradizionali, quelli al governo (ridotti nei due Länder a percentuali minuscole) e quelli all’opposizione, a rivedere il proprio approccio nei confronti di AfD. La strategia della demonizzazione e dell’ostracismo non ha pagato. Meglio sarebbe accettare di confrontarsi con i problemi che alimentano il consenso di AfD e cercare di risolverli così che non possano più essere strumentalizzati.

Ciò non significa naturalmente allentare la pregiudiziale per cui si evita ogni possibile intesa con AfD. Lo sbarramento sarà mantenuto e a giudicare dalle dichiarazioni dei leader politici non ci sono segnali di cedimento in questo senso. Ma varrebbe la pena di attuare un cambio di passo nelle politiche di accoglienza e diritto d’asilo, nella lotta alla criminalità, nell’attuazione del piano per la transizione energetica e nella parificazione di salari e pensioni tra abitanti dell’est e dell’ovest.

È un po’ quello che predica Sarah Wagenknecht, non caso altra vincitrice delle elezioni di domenica, leader di un movimento che è nato in gennaio separandosi dalla Linke e che in pochi mesi ha raccolto notevoli consensi (6,2% alle europee di giugno, 11,8 in Sassonia, 15,8 in Turingia).

Ma è anche quello che in una certa misura promette Friedrich Merz, probabile candidato cancelliere per la Cdu alle politiche del prossimo anno, e che a suo modo sta tentando di fare, con la consueta cautela, il cancelliere Scholz dopo l’attentato di Solingen dello scorso agosto, con il rimpatrio coatto di alcuni rifugiati afgani pregiudicati.

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