Galesi: «La mia generazione imperfetta rivendica il diritto a fallire»

Lo scrittore bresciano, a tre anni dal romanzo d’esordio, torna in libreria con «Running Club» per Santelli Editore
Ilaria Rossi

Ilaria Rossi

Giornalista

Emanuele Galesi in una foto di René Beuchle
Emanuele Galesi in una foto di René Beuchle

A tre anni dal romanzo d’esordio «Sei tu il padre», pubblicato da Piemme dopo la vittoria del Premio Zanibelli, il bresciano Emanuele Galesi torna alla scrittura pubblicando per Santelli Editore «Running Club», ritratto di una generazione imperfetta che rivendica il suo diritto al fallimento. Un racconto che, a differenza del precedente, non attinge al doloroso vissuto familiare ma fa piuttosto perno su un comune sentire, su un percepito collettivo, dentro cui ogni Millenial potrebbe riconoscersi. Il libro sarà presentato martedì 16 giugno alle 18.15 alla Libreria Ferrata di corso Martiri in città. 

Galesi, in questi tempi in cui l’asticella è sempre tesa alla perfezione o all’apparenza della perfezione, «Running Club» vuole essere un manifesto di chi rivendica il diritto al fallimento?

Sì, decisamente. Mi piacciono molto i personaggi imperfetti e le situazioni che non vanno a finire per forza come ci si aspetterebbe. Nei libri non sopporto i protagonisti troppo quadrati, risolti o sempre dalla parte giusta. Volevo dar vita a un personaggio che avrei potuto incontrare nella realtà. Sono partito dal titolo e subito mi è apparso il Curvo: un uomo che non fa sempre le scelte giuste e che vive appieno la sua imperfezione.  Un protagonista fragile, umano, a cui ci si può affezionare e a cui si può voler bene proprio per i suoi difetti.

Dopo un primo romanzo fortemente autobiografico e radicato nel suo vissuto familiare, da dove ha attinto l’ispirazione per questa nuova storia?

Per questo secondo libro ho tratto ispirazione soprattutto dall'aria che respiravo intorno a me. Un'atmosfera fatta di progetti che non andavano nella direzione giusta, di fatiche quotidiane, ma anche della voglia di impegnarsi in qualcosa. Oggi siamo tutti alla ricerca di una scialuppa, che sia lo sport o qualcos'altro. Credo sia una condizione generazionale. Più che alla mia biografia, ho attinto alle storie che sentivo raccontare dalle persone intorno a me. Ovviamente, in quello stesso periodo, stavo preparando una maratona: ho scelto la corsa come filo rosso della narrazione, documentandomi in un certo senso su me stesso.

La seconda volta è più facile o più difficile? E quanto pesano le aspettative?

È difficile soprattutto per l'aspettativa che hai nei tuoi stessi confronti: ti chiedi continuamente se sarai capace di replicare il lavoro e se ci riuscirai davvero. Se il primo libro è stato vissuto in maniera quasi istintiva, in questo caso mi sono preso sei mesi per costruire la storia. Fin dall'inizio ho messo in pratica gli insegnamenti preziosi di Simona Vinci: ad esempio, l'idea di immaginare l'intera struttura e di scrivere il finale subito dopo aver  il primo capitolo. Direi che questa seconda prova è stata decisamente più soddisfacente dal punto di vista della consapevolezza.

Il nuovo romanzo di Emanuele Galesi
Il nuovo romanzo di Emanuele Galesi

Nel libro, lo sport viene descritto non tanto come performance atletica, ma quasi come terapia. Che tipo di valore ha la corsa per lei?

Per me correre è innanzitutto un modo per coprire le distanze. Più che un valore terapeutico, per me ha un valore geografico ed esplorativo: mi permette di scoprire luoghi inediti o di attraversare quartieri in cui non andavo da tempo. Ha lo stesso effetto dei giri in Vespa di Nanni Moretti in Caro diario. Non sono uno che ama fare fatica, ma mi aiuta l’idea di avere un obiettivo, anche solo mettermi le scarpette.

Preparare la maratona è la sfida centrale del libro, ma per il Curvo è chiaro che non si tratta solo di una gara. Senza fare troppi spoiler, qual è il vero traguardo a cui punta il protagonista?

Il Curvo vuole semplicemente riuscire a chiudere almeno un capitolo della sua vita. Magari a qualcuno può sembrare un obiettivo banale, ma per lui, in quel momento, è di vitale importanza. Il suo vero traguardo è dimostrare a se stesso di saper portare a termine almeno una cosa.

Lei vive e lavora a Brescia, città dove ha anche scelto di presentare il libro. Quanto le sue geografie quotidiane hanno influenzato l'atmosfera e i luoghi in cui si muovono i personaggi?

Ci sono dei chiari riferimenti alla mia realtà, ma la mia intenzione era descrivere una città di provincia medio-grande che restasse indefinita. Mi piacciono molto i luoghi inventati e sfumati. Paradossalmente è l'approccio che ho usato anche in Atlante dei Classici Padani, dove racconto spazi reali ma in un modo inedito. Per Running Club ho immaginato una sorta di paesaggio Frankenstein: un mosaico di luoghi reali uniti a elementi immaginati.

La sensazione è che «Running Club» sia un libro lineare ma non ciclico. Arriva al traguardo ma non chiude il cerchio sulle vite dei personaggi. Ci sarà un seguito?

Spesso me lo domando anche io: mi chiedo cosa stiano combinando il Curvo e gli altri oggi. Durante la scrittura ho avuto la sensazione che si fosse creata una piccola e reale compagnia, mossa da dinamiche proprie. Nonostante avessi pianificato la storia fin dall'inizio, alcune cosa hanno iniziato a capitare da sole, coerenti con l'evoluzione dei personaggi. Sarebbe davvero bello capire, tra qualche anno, che cosa ne è stato di loro.

Verso la fine del romanzo, il Curvo decide di cimentarsi con la stand-up comedy, usando l'autoironia come scudo e terapia per i suoi fallimenti: ma Emanuele Galesi, nella vita di tutti i giorni, fa ridere?

Quello della stand-up comedy è stato uno sviluppo narrativo che nemmeno io mi aspettavo. Nella vita di tutti i giorni a me piace molto far ridere e ironizzare sulle cose, anche se spesso il risultato è quello di far incavolare. Spesso c’è l’idea diffusa che le cose fatte bene debbano per forza essere serie, ma io credo che non ci sia alcuna contrapposizione tra impegno e ironia. Volevo scrivere una storia solida prendendola però alla leggera, con una chiusura un po' alla Woody Allen, sulla falsariga di quei film in cui il regista usa la battuta fulminante per spiegare le cose profonde della vita. Così spero che la metafora dell’estintore diventi l’immagine forte che il lettore possa portarsi dietro una volta finito il libro.

È più facile scrivere un romanzo di 300 pagine o completare una maratona?

Di sicuro la a maratona. Quella, una volta che l'hai finita, è finita per davvero: tagli il traguardo e te la godi. Il romanzo invece è molto più problematico: una volta che hai scritto l'ultima parola, il lavoro non è comunque mai concluso.

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