Maccani: «Racconto il bosco, che ci ricorda come tutto sia connesso»

Anche Tombea e la Valvestino nel nuovo romanzo dell’autrice trentina Francesca Maccani, «Il tuo nome nel bosco»
Ruggero Bontempi
L’autrice Francesca Maccani,  originaria del Trentino
L’autrice Francesca Maccani, originaria del Trentino

La scrittrice Francesca Maccani si riconnette alle proprie radici e ambienta il suo nuovo romanzo nel 1961, nella zona trentina di Bondone sul confine con le zone bresciane del lago d’Idro e della Valvestino. «Il tuo nome nel bosco» (Rizzoli, 320 pp., 17.50 euro) svela i destini di una piccola comunità. L’arrivo in paese di una forestiera dal passato misterioso sconvolge la quotidianità e attraversa la storia in un percorso di accoglienza, diffidenze, cambiamenti, segreti.

È l’autrice stessa, che abbiamo intervistato, a spiegare i contenuti del libro.

Francesca Maccani, il suo lavoro di insegnante ha influito nel costruire il profilo delle donne, che sono le protagoniste del romanzo?

Sì, molto. Stando in classe impari a vedere le persone nei dettagli: come si siedono, come ascoltano, cosa celano dietro i silenzi. I personaggi del romanzo nascono da questo sguardo quotidiano. È accaduto soprattutto per la maestra. Ho incontrato tante donne che tengono insieme famiglie, scuole, comunità con abnegazione e senso del dovere. Quella forza discreta che non si mette in mostra è entrata naturalmente nel libro.

La forza rude dell’uomo montanaro è uno stereotipo che passa in secondo piano davanti alla solidità di alcune donne…

La rudezza maschile di montagna esiste, ma spesso è una corazza. Gli uomini non avevano gli strumenti per dire cosa provavano. Le donne, invece, dovevano reggere tutto: casa, figli, lavoro nei campi, compiti gravosi. Nel romanzo gli uomini sono forti nel corpo, ma fragili nelle emozioni. Le donne sono solide perché non hanno alternative. La mia non è solo una scelta narrativa. Racconto ciò che ho visto crescere attorno a me quando ero piccola, ricostruendo un mondo che non è molto distante da ciò che accadeva veramente nelle piccole comunità isolate.

Ha scritto che “ogni storia personale si intreccia con una storia più grande”. Questa consapevolezza si perde oggi talvolta davanti al perseguimento di interessi individuali. Il bosco è metafora di responsabilità collettive?

Il bosco per me è un personaggio vero e proprio. Volevo staccarmi dal bosco inteso come archetipo di paura, smarrimento, perdita, e restituire un’idea di più ampio respiro, un ambiente che fosse madre e matrigna, qualcosa che custodisse memoria. Nessuno vive isolato. Il bosco è un promemoria, ci ricorda che siamo parte di qualcosa che ci supera e sovrasta, è un invito a guardare più largo e ricordarci che tutto è connesso, e che spesso ci fa più paura l’idea di bosco che il bosco stesso.

I paesi di Armo e Moerna, il monte Tombea e la Valvestino portano nel suo libro una porzione della provincia di Brescia nella quale si sviluppano anche storie e attività di carbonai. Che valore riveste la conoscenza di questa e di altre attività tradizionali del passato per il mantenimento della memoria di un paese?

Le attività di carbonai, boscaioli e contadini non sono solo mestieri, ma modi di stare al mondo. Conoscerli significa capire la storia di un paese, i ritmi che lo hanno formato e le fatiche che lo hanno tenuto in piedi. Armo, Moerna, il Tombea e la Valvestino non sono scenografie, ma pezzi di identità. La memoria non si conserva con le celebrazioni, ma con la conoscenza concreta di ciò che c’era prima di noi. Questa ambientazione precisa l’ho voluta perché solo conoscendo le zone in cui si intrecciano le vicende ci si può immergere nelle dinamiche dei vari personaggi. Per me è molto importante fare emergere questa parte quasi sinestetica dalle mie descrizioni.

L’ambientazione del romanzo si colloca in un luogo di confine geografico. Ha inteso suggerire al lettore tra le righe anche altri tipi di confini?

Sì, il confine geografico è solo il primo livello, ma il romanzo lavora su sottili confini linguistici, identitari, emotivi, sociali. Il confine è una condizione dell’anima, dove ci si misura con ciò che si è e con ciò che si potrebbe o vorrebbe diventare. Bondone, nel 1961, è un microcosmo perfetto per raccontare questa tensione.

Le vicende degli abitanti del paese mostrano risvolti di povertà, rancori e ruvidezza nei rapporti, ma anche gesti di solidarietà disinteressata, accoglienza e protezione. A distanza di oltre mezzo secolo come vede oggi Bondone?

Lo vedo come un paese che ha attraversato trasformazioni profonde, come tutti i paesi di montagna. Ha perso alcune attività tradizionali, ha cambiato volto, ha visto partire molti giovani, ma conserva la capacità preziosa di tenere insieme le persone. La solidarietà che nel romanzo appare nei gesti minimi come un piatto caldo sulla tavola, una parola detta al momento giusto, una protezione silenziosa, è ancora parte della cultura del paese. La montagna cambia, ma non perde la sua etica del lavoro, della cura e della comunità. Oggi Bondone è un luogo che guarda avanti, ma che non ha smesso di ascoltare il proprio passato. E questo, per me che vivo da quindici anni in Sicilia, è un ponte, un modo per tenere insieme due terre, i miei due modi di appartenere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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