Francesco Vidotto: «L’energia della montagna nel mio romanzo “Onesto”»

La montagna sullo sfondo delle vicende di uomini che si svelano attraverso un pacco di lettere scritte a mano. Onesto è l’autore delle lettere, e Guido Contin la persona che le ha custodite in un casello dismesso della vecchia ferrovia, che utilizza come abitazione tra i boschi del Cadore. Il romanzo «Onesto» di Francesco Vidotto (edizioni Bompiani) racconta storie di persone semplici, che appassionano il lettore negli sviluppi drammatici e sorprendenti che il destino riserva per ciascuno. In dialogo con l’autore scopriamo i temi principali del libro.
«Hai visto che bellezza? Quella è la scultura del Padre Eterno». Lei, Vidotto, riporta nel libro questo insegnamento di suo nonno. La montagna è un contesto che facilita l’esperienza della sacralità della natura?
Quando vivi immerso nella natura ne percepisci l’energia. La senti vibrare come un immenso diapason che canta la nota perfetta. Alla lunga ti ci accordi e così, magicamente, passano le peggiori ansie e le paure. Non credo che la natura sia sacra, credo invece sia casa! Troppo spesso ce ne dimentichiamo però, presi come siamo a correre a perdifiato nella ruota del criceto. Inseguiamo un consumismo malato, un’eccessiva civilizzazione che ci porta distanti da noi e da casa. Basterebbe fermarsi e farsi contagiare dal tempo lento e dalla bellezza della natura. La montagna restituisce ciò che il progresso sottrae.
«Le mie montagne sei tu» è una frase che lega i protagonisti del suo racconto. Lei ha ambientato il libro tra le sue montagne del Cadore. Avrebbe potuto utilizzare altri territori? A quali montagne si legano le sue emozioni e i vissuti principali?
Non avrei mai potuto ambientare la storia altrove. Sono figlio di queste cime, sono cresciuto qui, e posso raccontare solamente questo territorio in maniera vera. Certo, Salgari scrisse di avventure esotiche non avendo viaggiato mai, ma ciascuno deve fare fuoco con la legna che ha, e io non possiedo questo tipo di capacità. Sono profondamente legato a tutte quante le cime delle Dolomiti, perché sono vette fragili e per questo bellissime. Tra tutte, se dovessi scegliere, direi gli Spalti di Toro.
Onesto scriveva lettere alle montagne, e quelle lettere accompagnano lo sviluppo del romanzo che dettaglia vicende di segreti personali e di amori, ma anche di violenza, guerra e dolore. La scrittura ha una funzione terapeutica?
Certamente, perché quando si scrive, si scrive sempre a sé stessi. Una lettera d’amore, o di scuse, o d’addio, sei sereno ancora prima di spedirla. Quando hai finito di riempire i fogli, respiri e ti senti compiuto. La scrittura mette in ordine le cose della vita, dà loro un senso, una ragione. E poi ci obbliga a rallentare. In un mondo che fugge, la scrittura è una questione lenta e tutte le cose importanti della vita han bisogno di lentezza. Suggerirei a tutti di scrivere, soprattutto ai giovani, anche perché è gratis. Al costo di una biro puoi riempire un libro intero di parole.
Guido Contin detto Cognac, che ha custodito le lettere di Onesto, conduce una vita frugale e di prossimità con la natura, in analogia agli altri protagonisti. Lei risiede a poche decine di chilometri da Cortina d’Ampezzo e dalle «nevi firmate» citate dal suo amico scrittore Mauro Corona. Come si concilia il valore dell’essenzialità che la montagna insegna con le modalità di fruizione consumistiche e irrispettose che oggi spesso la caratterizzano?
Io sono a favore di una montagna viva dove i giovani trovano lavoro perché possono fare il maestro di sci, o la guida alpina, o aprire un bed and breakfast. L’alternativa è quella di una montagna selvaggia, tanto decantata spesso da chi non ci vive, ma completamente spopolata, con i ragazzi che se ne vanno per lavorare e le case che quassù si sgretolano. Sta a noi e alle amministrazioni locali renderla attraente, salvare tradizioni, vecchie baite e rifugi, e soprattutto infondere nei turisti la bellezza della pace d’alta quota. Quando hai fatto questo, automaticamente le persone non sono più distratte e irrispettose. Anzi! Vogliono somigliare alla bellezza che le circonda. L’errore è voler portare la città in montagna, è pensare che quassù serva il medesimo lusso della metropoli.
Ha scritto che scalare non è questione di tenere, ma di lasciare andare. Ci spiega?
È pensiero comune che per arrampicare ci sia bisogno di forza per tener duro, e invece è l’opposto! Bisogna lasciare andare. Lasciare andare gli appigli verso il basso, le paure anche. Il timore di cadere, di precipitare, di morire. Bisogna trovare nel vuoto un punto d’appoggio. Un punto d’appoggio per la mente, intendo. In questo la scalata è molto simile alla vita. Se non lasci andare, rimani invischiato in un passato che alla lunga nemmeno ti somiglia più.
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