Quello andato in scena venerdì sera al Teatro Grande è uno di quegli spettacoli che fanno rimpiangere la data unica. Una di quelle opere coreiche che esci e vorresti consigliare a tutti. «Vai a vederlo, ne vale davvero la pena». Tant’è: il teatro era bello pieno e sono moltissime le persone che sono riuscite a godere del capolavoro (avevano ragione le critiche a definirlo tale) di Marcos Morau. Il coreografo spagnolo e la sua compagnia La Veronal sono venuti a Brescia da Barcellona per estasiare il pubblico, che ha riservato loro quasi cinque minuti di applausi dopo 75 minuti di intensità.

Di recensioni ne sono state scritte moltissime e tutte più o meno concordano: «Sonoma», questo il titolo dell’opera, rappresenta la summa della poetica del coreografo, che con questo lavoro propone dal 2020 un quadro di movimenti e parole che mischia folk, cultura cattolica e femminismo. Le nove donne in scena fanno tutto – danzano, recitano, usano la voce e gli sguardi con coraggio, irriverenza, armonia e caos, declamano versi – e così dispiegano davanti agli occhi una breve storia dell’umanità moderna, una caccia alle streghe che si sgretola di passo in passo perché di fatto quelle streghe altro non sono che le donne che stanno dietro a ogni cambiamento storico, perché protagoniste non riconosciute o perché timoniere di quegli uomini a cui hanno donato la vita e l’educazione.
Ora concitato, ora oscuro. Ora onirico, ora mistico. Ora vittoriano, ora cristiano, ora scolastico, ora collegiale. Lo spettacolo è tutto questo, tutto insieme, grazie ai movimenti che rimandano a composizioni che stuzzicano l’immaginario comune, ma anche grazie ai costumi, alle luci e ai pochi ma evocativi elementi sulla scena, dalla croce alle corone di fiori dal sapore folkloristico e nordico, ma anche processionale e mediterraneo.




