Cultura

«Il canto libero delle mie Sirene non è per Ulisse, ma per loro stesse»

La filosofa Adriana Cavarero sarà ospite il 27 marzo alle 18.30 da Dogana Lebowski per rileggere il mito in chiave femminista: l’intervista
«The Siren» di Edward John Poynter (1864)
«The Siren» di Edward John Poynter (1864)
AA

Per chi cantavano le Sirene? Non si lascia abbindolare da Ulisse la docente, filosofa e teorica della differenza sessuale Adriana Cavarero, che nel suo saggio recente «Il canto delle Sirene», pubblicato in autunno per Castelvecchi (112 pagine; 16,50 euro), presta invece orecchio alle lusinghe intellettive di T. S. Eliot. E partendo da un verso del «Canto d’amore di J. Alfred Prufrock» («Ho sentito cantare le Sirene, l’una all’altra/Non credo che canteranno per me») si imbarca in un viaggio all’origine delle interpretazioni del mito, riprendendo pagine di Platone, Adorno e Kafka. Ne riferirà a Brescia domani, 27 marzo, alle 18.30 da Dogana Lebowski in via Solferino, dove dialogherà con Massimiliano Peroni. L’abbiamo interpellata per una chiacchierata.

Professoressa Cavarero, ci conceda una provocazione: perché credere all’interpretazione di Thomas Stearns Eliot e non fidarsi invece del racconto di Omero?

Perché l’interpretazione di Eliot è molto più originale e la sua capacità di sconvolgere il mito è qualcosa che ho trovato intellettualmente molto interessante.

Nel suo libro lei ribalta la prospettiva tradizionale: le Sirene non cantano per Ulisse, ma per se stesse. Cosa significa rivendicare questo spazio di godimento vocale autoreferenziale?

La mia intenzione era quella di spostare il focus dell’attenzione dall’ascoltatore, Ulisse, alle Sirene, le cantanti. Chi ascolta è un celebre eroe della tradizione omerica: tutti sanno che è un guerriero, astuto e avventuroso. È il tipico soggetto maschile vincente. Le Sirene invece sono sempre relegate a un ruolo di contorno e sono viste solamente come funzionali alla trama. Tanto è vero che da figure metà donne e metà uccelli, affatto belle e seducenti, incrociando l’iconografia delle favole nordiche diventano esseri pesciformi che esercitano un richiamo erotico e sono sempre strumentali al piacere maschile.

Che cosa succede quando si ribalta la prospettiva?

Mettere al centro le Sirene da un lato valorizza la figura femminile tradizionalmente legata al corpo, alla voce e a tutto ciò che ha che fare con la natura, senza essere funzionale ad altro. Ma allo stesso tempo pone anche l’accento sul canto, sulla musica e sull’esecuzione. Molti credono che i concerti siano un piacere solo per gli spettatori, ma si dovrebbe invece considerare anche il godimento degli esecutori.

Come interpreta dunque il passaggio iconografico delle sirene da esseri teriomorfi che ricordano le arpie ad animali marini muti e iper-sessualizzati? Il furto della voce è conseguenza della visione patriarcale?

Esatto. È proprio la visione patriarcale che si intensifica, trasformando le Sirene. Si fa largo quell’idea stereotipata della donna come oggetto erotico che esercita un richiamo e il cui piacere è il piacere altrui. Questa erotizzazione fa parte della storia occidentale delle Sirene. Io invece ho voluto preservare la loro soggettività forte. Una soggettività che non è oggetto di piacere altrui, ma soggetto di piacere canoro. Eliminando anche il concetto di eros, che in Omero non c’è.

La sua operazione sulle Sirene ricorda molto quella di Christa Wolf con Cassandra e Medea: un lavoro di scavo per restituire voce a figure femminili imprigionate dal mito patriarcale. Che rapporto ha con questo progetto di riscrittura della memoria?

È assolutamente vero. Io e Christa Wolf ci siamo anche conosciute anni fa, a Padova. Non solo, apre l’undicesimo capitolo del suo libro «Medea» con un esergo che è una frase tratta dal mio libro «Nonostante Platone». Quel mio volume era infatti già composto sullo stile delle opere di Christa Wolf, con l’idea di rubare al patriarcato alcune figure mitiche femminili. Direi che non si tratta di un’eredità, ma di una condivisione di intenti.

Le Sirene non cantano mai da sole, ma in coro, sfidando l’idea dell’eroe solitario quale era Ulisse. In un’epoca che premia l’individualismo estremo, quale lezione può trarre il femminismo moderno da questo modello di pluralità?

Il libro si pone anche come antidoto alla deriva della contemporaneità, che è il trionfo dell’individualismo. Faccio parte di quella tradizione del pensiero femminista che pone al centro la relazione e non l’individualità egoistica. La categoria di relazione è da sempre centrale per il femminismo che io pratico. Oggi sopravvive sul piano pratico nelle madri e nelle donne che lavorano e si aiutano. Sopravvive in quelle donne che si danno valore l’una con l’altra.

Le donne della Generazione Z cantano per sé stesse o per gli Ulisse dei nostri tempi?

Spero che riescano a cantare per se stesse, ma per le giovani di oggi è un periodo davvero difficile. In un’epoca dominata dagli Incel e dalla pornografia sempre accessibile, le donne si trovano a dover interpretare un immaginario già scritto per loro. Quello delle Sirene pesciformi, oggetto del desiderio maschile, piuttosto che quello delle Sirene libere che cantano solamente per il loro piacere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...