Donne o dee? Trecento secoli di storia al femminile

Nella Preistoria è venuto prima il matriarcato o il patriarcato? Chi era al comando, l’uomo o la donna?
A tutt’oggi non è facile rispondere a questa domanda, anche se le ricerche condotte sulle più antiche forme di espressione artistica forniscono informazioni che ci consentono di formulare interessanti ipotesi sul ruolo della donna nella società preistorica.
Lucy
Il più antico documento archeologico, recuperato nel 1974 ad Hadar (Etiopia), è ciò che rimane dello scheletro di una femmina di australopiteco, poi battezzata Lucy, vissuta 3/4 milioni di anni fa. Lucy, il cui sesso viene dedotto dalla forma delle ossa del bacino, è alta poco più di un metro e pesa circa trenta chili. La sua postura è già eretta, la sua età è tra i 12 e i 15 anni. Se si considera che la vita media di un australopiteco era di 25 anni, quella che ai nostri occhi parrebbe una giovinetta a quel tempo era già una femmina adulta.

Maggiori informazioni sul mondo femminile sono pervenute fino a noi dal Paleolitico Superiore (tra 35000 e 12000 anni fa), epoca in cui l’Europa è popolata da comunità nomadi che si procurano il cibo con la caccia e la raccolta di erbe, frutti e radici. Sono di questo periodo le famose Veneri, un migliaio di statuette di piccole dimensioni rinvenute nei siti europei. Una tra le più famose è la Venere di Laussel (-25000 anni da oggi) che esibisce un corno di bufalo, simbolo del ciclo femminile e della fertilità a forma di luna, mentre non a caso l’altra mano è posata sul ventre.
Procreazione e divinità
Queste immagini di donne obese e senza volto, in posizione frontale come Madonne, hanno conservato a lungo il loro mirabile segreto, una magia che le ha innalzate a livello di divinità. Questo segreto è rimasto inviolato fino ai primi anni del ‘900 quando, grazie alle ricerche condotte dall’antropologo polacco Bronislaw Malinowski sulle società primitive, è stata svelata l’incredibile risposta: i popoli primitivi dell’Africa non erano a conoscenza del collegamento tra l’atto sessuale e il concepimento. Pertanto, la capacità di procreare era per intero attribuita alla donna e l’uomo ne era del tutto estraneo. Questa scoperta comportava due importanti conseguenze: in primo luogo la totale indifferenza al controllo delle nascite, per cui la donna era coinvolta in un succedersi senza fine di gravidanze; secondo ma non meno rilevante è l’assenza della figura del padre, la cui funzione nella società primitiva è assunta dal fratello della madre.
Per questo la donna, in quanto unica attrice della maternità, assume i tratti della divinità portatrice della magia della vita, in grado di estendere la fecondità al mondo naturale. Verosimile pensare che la stessa capacità di procreare senza l’apporto maschile fosse riconosciuta anche dalle comunità paleolitiche e che le statuette delle Veneri possano essere riconosciute come l’espressione artistica di questa credenza. La loro frontalità, espressione di sacralità, risulta essere in netto contrasto con la rappresentazione in profilo delle figure maschili con maschera animale dipinte sulle pareti di alcune grotte francesi. Si sa infatti che nell’arte preistorica la disposizione in profilo descrive un atto che si sviluppa nello spazio e nel tempo, mentre la frontalità è espressione del sacro e dell’eterno.
L’assenza del padre
L’assenza della figura del padre nelle fasi più antiche della storia dell’uomo ha recentemente messo in discussione l’effettivo valore il complesso di Edipo, teoria psicanalitica che Freud ritiene fondamentale nello sviluppo psicologico del bambino. Come può infatti un fanciullo provare gelosia nei confronti del padre, se la figura del padre non esiste ancora?
Alla fine questa magica credenza nella capacità della donna di autofecondarsi, nata nella notte dei tempi, viene contraddetta dall’osservazione del mondo animale. Siamo nel mesolitico (12000-8000 anni fa) epoca in cui l’uomo, dopo aver imparato ad allevare in cattività alcune specie animali, scopre che se venivano mandati al macello solo i capi maschi, volendo preservare le femmine per la riproduzione, queste non entravano più in gravidanza. Tale evidenza condurrà ben presto a riconoscere l’apporto del maschio alla riproduzione.
La gilania
Nel Neolitico (8000- 5800 anni fa) mentre l’uomo impara a coltivare la terra e si insedia stabilmente in un territorio, l’arte preistorica abbandona il naturalismo ed assume una forma schematica. Nelle incisioni rupestri della Valcamonica la figura umana compare nella posizione dell’adorante e in molti casi l’organo sessuale è posto bene in evidenza, quasi a sigillare graficamente il suo nuovo status di padre. In questa nuova società il ruolo dominante della donna si attenua e l’iconografia esprime una certa parità fra i sessi. Marija Gjmbutas descrive l’organizzazione della nuova società neolitica come una gilania, termine introdotto da Jakob Bachofen per indicare l'uguaglianza di status tra i sessi. Raggiunta la parità, il corpo della donna continuerà a essere guardato come simbolo del ciclo naturale, gemellato con la Luna, in cui si alternano vita, morte e rinascita.
Magia smarrita
Ma ormai è quasi arrivato il momento del ribaltamento delle parti. Siamo nella prima età del metalli (tra 5500 e 4500 anni fa). L’uomo inizia a fondere e a dare forma ai metalli abbandonando progressivamente l’uso della pietra. L’introduzione della ruota, prima utilizzata nella lavorazione della ceramica, poi elemento fondamentale per l’invenzione del carro, determinano un forte progresso tecnologico. L’adozione delle armi in metallo – prima il rame, poi il bronzo, infine il ferro – pone l’uomo che le possiede in una condizione di vantaggio rispetto all’uomo armato di una pietra levigata. Siamo sulla strada che conduce al predominio dell’uomo sull’uomo, alla divisione in classi sociali, alla guerra tra i popoli. Per la società, il guerriero diventa così il nuovo modello di riferimento. Nell’arte rupestre camuna dell’età del ferro (tra 3000 a 2200 anni fa) l’immagine ricorrente è quella del guerriero messo di profilo impegnato in un duello rituale. La figura femminile, ormai sottratta alla visibilità, compare in poche scene di accoppiamento sessuale. La donna ha ormai smarrito la magia che le veniva riconosciuta in passato ed è degradata alla funzione di serva, genitrice di guerrieri e balia. Solo nel mondo celtico la donna conserverà la sua autonomia. Tacito, oratore e scrittore romano (I secolo d.C.) afferma: «I celti non fanno distinzione tra ruoli maschili e femminili». Questa è la parità che la donna si è conquistata sul campo, combattendo a fianco dell’uomo.
L’esatto contrario di quanto avverrà nella società romana, nella quale la donna è educata fin da bambina ad essere sottomessa al «pater familias» - prima il padre poi il marito - e a trascorrere l’esistenza mettendo al mondo ed educando figli.
Sciurina dei pè de cavra
Un il mito della donna celtica è pervenuto fino a noi nell’eco di alcune leggende e nei toponimi presenti nell’area alpina. La Sciurina dei pè de cavra è una donna con gli arti inferiori caprini che manifesta grande interesse per la festa e il ballo sfrenato, caratteristica che nella società cristiana di un tempo qualificava la donna come svergognata, perversa e dedita al maligno.

Invece l’Anguana è, come la Sirena, uno spirito delle acque che aveva la sua sede soprattutto negli stagni e nei laghetti alpini. Anche questa giovane donna nasconde una speciale natura corporea e mentale da cui traspare la sua alterità, l’appartenenza ad una dimensione non umana: i piedi di capra, la schiena incurvata o il piedi volti all’indietro. Il nome di molte località delle Alpi fa riferimento alla presenza di queste mitiche fanciulle. Ad esempio, nel più importante sito di arte rupestre della Valcamonica, Naquane, esisteva un’area acquitrinosa che la gente del luogo riteneva essere frequentata dalle Aquane.
Maria, le streghe e le befane
La tradizione della donna cristiana è costruita sulla narrazione biblica della prima coppia creata da Dio. Eva, donna generata dalla costola di Adamo, cade nella trappola ordita dal serpente e convince Adano a mangiare il frutto dell’albero proibito. La disubbidienza e il tradimento saranno i primi peccati dell’umanità e frutteranno la condanna ad una vita mortale nel corso della quale l'uomo dovrà faticare per procurarsi il cibo mentre alla donna toccheranno i dolori del parto. Vengono così annunciati i due valori fondamentali della femmina cristiana: il valore della maternità e la sottomissione all’uomo. Tra le donne più famose della storia c’è Maria, madre di Gesù. Maria costituirà il modello per la donna cristiana dei due millenni successivi, mentre quelle che non si adegueranno o sceglieranno un percorso alternativo saranno accusate di essere in combutta con il demonio e perseguitate come streghe. Ma chi era una strega? La figura della strega ha origini antiche, legate a credenze popolari, pratiche magico-religiose precristiane e superstizioni contadine. La strega era, prima di tutto, una figura di confine tra la realtà visibile e quella invisibile. Ma perché le streghe sono donne? Perché a quel tempo erano le donne ad occuparsi di alcune attività strettamente legate all’esistenza: dalla nascita, alla cura del bambino, dall’assistenza agli infermi, alla guarigione di certe malattie. Queste conoscenze appartenevano socialmente alle donne e nessuno solitamente interferiva. Tuttavia, nel corso del Medioevo la Chiesa cattolica, dopo aver sondato la pericolosa autonomia di questi personaggi iniziò ad addossare loro l’immagine negativa della strega, poi a trasformarle in esseri demoniaci, serve del male, infine dedite al culto del diavolo.
Tra il XV e il XVIII secolo, anche nelle valli bresciane, migliaia di donne furono accusate di stregoneria, processate, torturate e messe a morte con l’accusa di aver praticato arti magiche o aver stretto il patto con il diavolo.
Alla figura della strega sono associate anche valori positivi che la tradizione popolare ha tramandato fino ai nostri giorni. La befana, ad esempio, la vecchietta che porta i doni ai bambini nel giorno dell’epifania, ha origine da un antichissimo rito pagano legato alla fertilità della terra. La dodicesima notte dopo il solstizio invernale gli antichi romani celebravano la morte e la rinascita della natura e si credeva che proprio in quelle notti delle figure femminili volassero sui campi, al fine di propiziare la fertilità della terra per i futuri raccolti. Nel ricordo degli anziani c’è ancora la festa di paese nel corso della quale veniva bruciata la Vecchia, il pupazzo raffigurante un’anziana signora.
La Vecchia veniva messa al rogo per non far ricadere sulla comunità intera gli errori commessi da alcune persone del paese - di cui si faceva nome e cognome – che erano pubblicamente denunciate di aver tradito il coniuge o di aver commesso atti buffi e particolarmente ridicoli.
Vorrei credere che, dopo secoli di vita contadina nel corso della quale la donna ha vissuto in pieno rispetto delle regole della maternità e della subordinazione, oggi l’uomo abituato al comando e la donna costantemente subordinata non esistono più come una volta. Fortunatamente, esiste una società dove il migliore progredisce e il mediocre rallenta. Ma progresso e rallentamento non hanno, per fortuna, alcuna indicazione di genere.
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