Emanuele Severino, evocando il celebre frammento di Eraclito, era aduso iniziare le lezioni milanesi all’Università San Raffaele avvertendo: «Non date ascolto a me, ma al Logos». Un’antifona che risuonava già nelle aule veneziane, come si evince dal recente volume di Giulio Goggi «Emanuele Severino. Il filosofo dell’eternità» (Marcianum Press, 592 pp., 38 euro).
L’autore, allievo e collaboratore del filosofo a Venezia e a Milano, dove ha insegnato Ontologia fondamentale, ricostruisce con raro nitore i nodi fondamentali del pensiero severiniano e offre uno strumento «utile persino a coloro che già lo frequentano, perché Severino, va detto, non è un filosofo di facile lettura» scrive nella Prefazione Graham Priest, professore di Logica all’Università di Melbourne, teorico delle logiche paraconsistenti.
Ho un vivido ricordo personale del suo intervento a Brescia nel 2018, ospite del convegno «All’Alba dell’Eternità. I primi 60 anni de ‘La struttura originaria’» a cura di Giulio Goggi e Ines Testoni – e forse ve n’è uno comunitario visto che quelli furono gli anni della riscoperta del filosofo nella città. Il dibattito ruotava attorno al Principio di non contraddizione, alla base della tesi severiniana dell’eternità dell’ente e che Priest sottoponeva a critica sostenendo invece che alcune contraddizioni possono essere vere.

Lo scontro
L’originalità del libro di Goggi, rispetto ai molti scritti su Severino, si mostra in tre modi. Il primo è editoriale: la storia editoriale è spesso parte intrinseca della recensione di un libro, di un autore, del suo pensiero. È il caso di quest’opera. Notevole che il volume completo sull’opera di Severino – filosofo noto per il suo “scontro con la Chiesa” – fosse edito nel 2015 dalla Lateran University Press della Città del Vaticano, e ora in nuova edizione ampliata, con Postfazione inedita di Emanuele Severino, dalle edizioni Marcianum Press - Studium di Roma.
Ed è notevole proprio rispetto al tema dello “scontro”. Uno scontro che non è occasionale ma “strutturale”, come ogni contraddizione che intenda negare l’eternità di ogni ente, e che va oltre i contingenti rapporti tra la Chiesa, Severino e il suo pensiero, atti di un discorso punteggiato di dichiarazioni di incompatibilità – da parte non solo della Chiesa, che lo allontanò dall’insegnamento in Università Cattolica, ma di Severino stesso, il quale mai ritrattò o ammorbidì le sue tesi e la sua critica al cristianesimo, ritenuto una tra le fedi nichilistiche del nostro tempo, e mai disattese il confronto con la Chiesa.
Un «dialogo cordiale e mai interrotto», come lo definì, perché Severino trovava audaci per il pensiero e dunque interessanti da esaminare le obiezioni sulle questioni riguardanti la fede e la ragione, e più precisamente il rapporto della filosofia con il cristianesimo. Di qui il pregio di aver incluso in questa ricostruzione il confronto con alcuni protagonisti del cattolicesimo del ‘900 – Angelo Scola, Bruno Forte – e di aver coinvolto nella stesura della Postfazione Leonardo Messinese, professore di Metafisica alla Pontificia Università Lateranense, con il quale Severino dialogò e che considerava tra i più stimolanti interpreti cristiani del suo pensiero (autore del volume «Emanuele Severino», Feltrinelli, 2025).
Attorno alla metafisica
Una nota va anche alla collocazione del libro nella collana “Metafisica” e fa luce sul rapporto del filosofo con la metafisica – argomento della tesi di laurea su «Heidegger e la metafisica» e «compito da eseguire» che fa da sfondo a tutto il suo discorso, come mostra Messinese. Alla nota editoriale si aggiunga che Morcelliana precedentemente uscì con il libro di Nicoletta Cusano, «Emanuele Severino. Oltre il nichilismo» (2011), casa editrice cattolica con la quale il filosofo aveva pubblicato opere proprie («Istituzioni di filosofia», nel 2010, e «La struttura originaria», nel 2016, anastatica La Scuola Editrice 1958).
Il secondo verte sul contenuto proposto. Di sintesi, ma non solo. Goggi non è un puro scoliasta di Severino, un ripetitore del detto del maestro, ma anche un frontaliere, per necessità dell’oggetto di cui si parla: se necessariamente al futuro si volge il pensiero di Severino (la rivista da lui fondata nel 2013 è intitolata «Filosofia futura») nella stessa direzione va l’interprete più fedele, quale è Goggi, facendo da sponda al filosofo proprio nell’atto di «chiarificazione dei nodi della rete del destino e sulla direzione del loro irradiarsi» – che Severino dichiara nella Postfazione avere «estrema utilità» anche per sé – e mettere in luce le mete a venire indicate da Severino.
L’approccio
Goggi svolge l’ardua sfida di presentare il contenuto degli scritti severiniani senza cedere alla tentazione di ricondurlo a propri schemi interpretativi; sceglie poi di evitare il commento delle opere prediligendo lo sviluppo tematico dei problemi, per dare risalto all’impianto sistematico del filosofo – in cui v’è l’impronta dei giganti con i quali si confronta, Aristotele, Hegel, Heidegger – e conservare la “compattezza” del pensiero. Le partizioni, come in una composizione, sono determinate da quelli che Goggi ritiene i punti di svolta decisivi; ad esempio il 1956 con l’articolo «La metafisica classica e Aristotele», confluito nel 1958 in «La struttura originaria», dove Severino espone la tesi dell’“immediatezza logica”, dell’impossibilità per ogni ente di non essere, che sta a fondamento dell’incontrovertibile verità dell’eternità di ogni ente.
Il terzo modo viene direttamente da ciò che nel libro – e nel discorso di Severino – insieme è visibile sin dall’inizio e ancora non è, se non in forma programmatica: la logica come vero campo d’origine, d’estensione e di sviluppo del pensiero severiniano; campo nel quale ad essere in gioco, con l’idea di “coscienza”, è il senso stesso dell’“umano” teso tra la “consapevolezza” e l’”alienazione”: qui sta la sua contemporaneità (cfr. «Cervello, mente, anima», 2016). A questi temi accennava, negli ultimi incontri privati nella casa di via Callegari, con pudore mistico, sottolineando i limiti del “linguaggio”, e dunque anche del “suo” discorso, rispetto alla “verità” - come scrive nella Postfazione.
Del resto la filosofia – amava ripetere Severino con una metafora di Wittgenstein, grande logico e teorico del “mistico” – non è «come l’andatura dove ogni passo sembra anche cancellare quello precedente, ma come una scala, dove i gradini più bassi rimangono sebbene ci siano quelli più alti, e li sostengono; anche se, stando su quelli più alti, si può vedere qualcosa che non si riusciva a vedere».




