Tutta la verità sul «Tone Belone»

L’antroponimia è l’affascinante branca della linguistica che si occupa dei nomi di persona. Naturalmente anche in questo campo il bresciano ha i suoi perché. Capita, ad esempio, che il dialetto se la prenda, per così dire, con alcuni nomi, facendone l’oggetto di rappresentazioni negative o addirittura offensive. Non ce ne voglia quindi chi porta il nome di Antonio – che vanta illustri esempi sia nel novero dei santi sia fra le celebrità di ogni tempo – se diremo di come il bresciano l’abbia fatto spesso oggetto di dileggio, usandolo talvolta anche per indicare l’uomo sciocco e sprovveduto: «Se l’om no ‘l föss mia semper en pó tone» leggiamo in una nota poesia di Angelo Canossi.
Màsa e cóne per faghela capì al Tone! Altro che la finezza argomentativa e il sillogismo! Per far intendere ragione al Tone, secondo la discutibile «saggezza» popolare, bisognerebbe ricorrere a mazza e cuneo, l’unico metodo efficace per spaccare i tronchi più duri. Talvolta il bresciano si accontenta di rime o nonsense pur di portare a termine la sua azione denigratoria: Tone Belone / en fond ala scala / en fond al scalù / el ciapa la bala / el ciapa en balù.
E non si dice forse L’è ac chel tone (letteralmente è il medesimo Antonio) per ribadire che siamo alle solite? E ancora: un tempo circolava la storiella della signora che, con evidente curiosità, chiede agli operai del comune: «Che siv dré a fà?» E quelli: «Som dré a fà le büze per meter zó el metano». E la signora di rimbalzo: «El me-tano?!...Zà che si’ dré, poderesev mia meter zó apò a’ el me-Tone?».
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@Domenica
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