«Scapa lé en piasèta e fat dà trè prese de bertagnì»: questo era l’invito che mia madre mi rivolgeva ogni venerdì d’estate, quando non c’era scuola; la pescheria stava in «Piazzetta» e il bertagnì, nei giorni di magro, era un classico. Da dove viene la voce bertagnì, il merluzzo pastellato e fritto? Le ipotesi sono più di una.
Partiamo da quella che convince meno: il vocabolo trarrebbe origine dal nome di un mercante livornese, un tal Bertagnin, che, nei tempi andati (di solito si dice «nel Medioevo», che va sempre bene) commerciava appunto il merluzzo. A me questa ipotesi ricorda l’ironica osservazione che si legge nel Giornalino di Giamburrasca, secondo cui le scimmie sono chiamate in questo modo perché sono solite scimmiottare tutto quello che fa l’uomo: insomma, si confondono i termini della questione.
Più verisimile mi pare l’ipotesi che rimanda alla Bretagna (con un’inversione dei suoni, che gli esperti chiamano metatesi; pensate, ad esempio, alla coppia bacchetta/batèca); la Bretagna era una terra in cui il merluzzo veniva pescato, fatto essicare e venduto. “Bretagna” – a questo punto la “mamma del bertagnì” – viene ricondotto al celtico buit (dipinti); Cesare nel De bello gallico (V, 14) racconta che i Britanni, per sembrare terribili, si tingevano il corpo di blu (…vitro inficiunt, quod caeruleum efficit colorem).
Altri invece lo collegano alla radice phret (si pensi al latino fretum “stretto”). I Britanni sarebbero dunque il “popolo dello stretto” (il canale della Manica); e questo darebbe ragione al fatto che lo stesso nome ritorna su ambedue le rive del canale.




