Concretezza e piedi per terra: vegnom zó del sicomoro

Chissà che cosa pensavano i nostri nonni – i quali sapevano distinguere fin da bambini un carpino bianco (tavera) da un bagolaro (rumìglia), un maggiociondolo (éghel) da un viburno (merda de gat… così è!) – quando Gesù invitava Zaccheo a scendere dal sicomoro (Lc 19,1-10): «Che pianta saràla mai sté sicomoro?».
La fantasia sarà corsa a qualche albero misterioso di mondi esotici e lontani. Chi ha un po’ di dimestichezza con il testo biblico, ricorderà che l’albero è già citato dal profeta Amos, (Am 7, 14), coltivatore appunto di sicomori. Senonché l’etimologia di sicomoro, rende riconoscibilissimo, nella prima parte del termine, il fico: syké infatti, in greco, significa appunto fico (la seconda parte – mòron – indica la mora: quindi un «ficomora»).
Come si dice in dialetto sicomoro? Semplicemente non si dice: non esistendo dalle nostre parti l’oggetto (il sicomoro cresce nei climi caldi) non esiste nemmeno il nome per definirlo. Ma Zaccheo da qualche benedetto albero doveva pure essere sceso; la soluzione più diretta, magari attraverso il suggerimento di qualcuno che sapeva di greco e di latino (forse lo stesso sacerdote che aveva letto la parabola), portava naturalmente al fico. Ed ecco il perché dell’espressione Ve zó del fic! che però nell’eloquio bresciano, più che un invito alla conversione, è il richiamo alla concretezza, a stare con i piedi per terra. Ve zo dèl fic è anche il titolo di un interessante lavoro del compianto Costanza Gatta, uno di quei bei quadernetti pubblicati da GAM (2016), che racconta della presenza dell’immaginario biblico – sicomoro compreso – nella brescianità.
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