Chissà che cosa pensavano i nostri nonni – i quali sapevano distinguere fin da bambini un carpino bianco (tavera) da un bagolaro (rumìglia), un maggiociondolo (éghel) da un viburno (merda de gat… così è!) – quando Gesù invitava Zaccheo a scendere dal sicomoro (Lc 19,1-10): «Che pianta saràla mai sté sicomoro?».
La fantasia sarà corsa a qualche albero misterioso di mondi esotici e lontani. Chi ha un po’ di dimestichezza con il testo biblico, ricorderà che l’albero è già citato dal profeta Amos, (Am 7, 14), coltivatore appunto di sicomori. Senonché l’etimologia di sicomoro, rende riconoscibilissimo, nella prima parte del termine, il fico: syké infatti, in greco, significa appunto fico (la seconda parte – mòron – indica la mora: quindi un «ficomora»).




