Tutte le varianti delle follie dialettali

Nella Dialèktika del 17 marzo scorso Massimo Lanzini ricordava il luogo comune secondo cui «gli eschimesi avrebbero almeno dieci parole per indicare la neve» e che il bresciano, di contro, ne ha almeno altrettante per indicare gli escrementi: «Cose da pazzi!» verrebbe da dire.
A proposito di pazzia, dobbiamo riconoscere che anche in questo campo il bresciano è in “polpozìscion”: quante volte ho sentito mia nonna, coi öcc föra del có, spiattellare in faccia al povero nonno l’inconsapevole climax: «Balenghet? Vanezet? Savarget?». Insomma, «Sei impazzito?». Balengà sta per “vacillare” (in questo caso riferito al cervello); vanezà rimanda al latino vanus, dire cose vane, prive di senso; savargià (o anche savarià) parrebbe avvicinarsi a “svariare”, cambiare continuamente direzione, allontanarsi dal luogo dove si dovrebbe stare e quindi metaforicamente dal giusto, da ciò che è retto.
E non è finita: c’è poi anche balöcà (o anche balücà) da balöc/balüc “balordo, sciocco, tonto”; straparlà, in cui si riconosce il latino extra “fuori”; pirlà e pender, che sottolineano la metafora del movimento disordinato e dell’instabilità. Ma localmente si incontrano anche sfalbanà, creelàla, gerlà, strambalà (o strambaià). Ovviamente non vanno dimenticate le locuzioni el gh’a mia töte le röele a post e ghe manca en quac giovedé; e quelle più ordinarie di eser föra de có, eser zó de có. Attestato è anche endà zó de tramuntana (A. Platto), dove la tramontana (che in italiano «si perde») è il Nord, ovvero l’orientamento. E ce ne saranno sicuramente anche altre, ma... ancö gh’o mia el có a segn e non me le ricordo.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
