Quando il tappo è «al top sulle orme d’en stopài

Che c’è di più insignificante e banale di un tappo, d’en stopài? Eppure, a volte… l’è asé en stopài per girà el mond! L’origine, come tante parole del nostro dialetto, è latina: stuppa (da cui viene anche l’italiano stoppa). Un tempo, per tappare buchi e fessure, si ricorreva alla stoppa, il cascame che avanzava dalla lavorazione del lino, della canapa ecc. Il latino stuppa l’aveva preso a sua volta nelle colonie doriche della Magna Grecia, dal vocabolo stýppe. E prima? Prima c’è il misterioso indoeuropeo, nonno di quasi tutte le lingue che si parlano in Europa (ma anche in India, in Iran ecc.); e in sanscrito, antica lingua dell’India, stùpa vale ciuffo: «Ma te varda en do’ che l’è nat a finì el nos stopài, enfinamai en India!».
E non è tutto! Il nostro «dialettal turacciolo» ha parenti anche nelle lingue anglosassoni. Pensiamo, ad esempio, a stop, vocabolo ormai comune anche in italiano, che in origine esprimeva proprio l’azione di tappare un buco, ma che, dal XV secolo, andò poi sviluppando i significati – che gli diamo oggi – di giungere a una fermata e quello di interrompere un’azione, di stoppare. Alcuni pensano che stop sia giunto nelle isole britanniche con la stuppa dei Romani; altri che sia invece tutto anglosassone (stoppon).
Non dimentichiamo infine che c’è anche top, vocabolo che indica genericamente il punto più alto, l’estremità superiore, ma che in antico inglese valeva anche cima, cresta e – guarda un po’ – ciuffo. Quante cose in un banale stopài! Ricordatevene quando stappate una bottiglia.
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