Il lupo meteorologo che «mangia» il tempo

La meteorologia popolare trae spesso ispirazione, più che dall’osservazione dei fenomeni, dalla rima: avril avrilet, en dé cald e giü fred, o ancora: mars marsù, tré dé cativ e giü bù. E potremmo continuare. Talvolta invece si limita alla semplice banale constatazione: quand che «il monte di turno» el gh’a el capel, o che el piöv o che el fa bel; o ancora: el tep, e quella parte del corpo che per degni rispetti evito di nominare, i fa chel che i völ.
Ma non è sempre così e talvolta la saggezza si fa sentire: gnà el cald gnà el zel i resta mia en cel; così i nostri avi – che l’espressione «cambiamento climatico» nemmeno la immaginavano – si rassicuravano quando a luglio inoltrato il caldo canicolare ancora si faceva attendere o quando, avvicinandosi il Natale, ancora non aveva gelato.
Stessa funzione aveva il proverbio gnà el fred gnà el cald el i-a maia mia el luf. Insomma, poteva capitare che il tempo si permettesse qualche ritardo o qualche intemperanza, ma caldo e freddo prima o poi si sarebbero fatti sentire: mica se li poteva mangiare il lupo! Povero lupo, tirato in ballo anche dalla meteorologia popolare!
Oggi cosa sia il cambiamento climatico lo sappiamo, e ne conosciamo anche le cause. E il lupo? Non ce ne voglia, ma dobbiamo scomodarlo ancora: lupus est homo homini, l’uomo è lupo per l’uomo, come diceva Plauto (Asinaria, II, IV, v 495). Infatti, se il cambiamento climatico è frutto dei comportamenti umani, allora il lupo (che in questo caso il freddo e il caldo ogni tanto se li mangia) siamo noi stessi.
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