Un pellegrino con le mani in tasca

Certo, scarsèla va bene – mi dice un amico – ma noi si preferisce gaiòfa». L’osservazione è giustissima: il bresciano per tasca, accanto a scarsèla, ci offre anche un perfetto sinonimo: gaiòfa. Il Lessico bresciano (Pasquini, 2014) ne annovera anche un terzo, bèrta, di uso meno comune.
Aiuta a capirci qualcosa l’italiano gaglioffo, con cui la nostra gaiòfa qualche legame evidentemente ce l’ha. L’ipotesi più probabile ci porta questa volta oltre i Pirenei, sul cammino di Santiago; in spagnolo il gallofo (da cui l’italiano gaglioffo) era il pellegrino, ma anche il mendicante, talvolta anche nel significato negativo di vagabondo fannullone (holgazán). Pare che la sua origine rimandi al latino gallus, che un tempo indicava quanti provenivano dall’attuale Francia, l’antica Gallia, come la maggior di quanti intraprendevano quel pellegrinaggio.
Il vecchio e glorioso dizionario etimologico della lingua spagnola del Roca (1856) ci dice poi che il femminile gallofa – eccola qui la nostra gaiòfa – indicava el pan y la comida (il pane e il cibo) che veniva offerto ai pellegrini – i gallofos appunto – sul cammino di Santiago. E c’è da supporre che i pellegrini, visto che la strada era lunga, non la consumassero tutta, ma ne conservassero una parte, riponendola nella sacca da viaggio; la quale, per un trasferimento di significato, ha fatto proprio il nome del cibo che conservava: gallofa.
Secondo altri però gallofa non sarebbe il femminile di gallofo, bensì forma autonoma nata da galli offa, ovvero il «boccone del gallo», inteso naturalmente come pellegrino. E noi… intaschiamo anche questa ipotesi.
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