La domanda è: come venirne fuori?

La nonna dice dèt, il papà déter, il nipote dènter e il piccolo di casa dentro: quante volte, a proposito del dialetto, capita di chiedersi: «Come si dice?». Badate che l’osservazione non l’ho raccolta al mercato della scorsa settimana; ne è autore Cesare Cantù e la formulò nel 1856. Quindi il problema del “come si dice” è antico anche per il dialetto (così come per ogni lingua).
Le lingue – il nostro dialetto non fa eccezione – sono organismi viventi che si evolvono e si modificano nel corso del tempo; le regole, che assicurano uno standard e sono necessarie a garantire l’omogeneità dei comportamenti linguistici, prendono forma a partire dall’uso, ma soprattutto dagli esempi illustri che ci arrivano dalla letteratura, e vengono, per così dire, certificate da un’istituzione (l’Accademia della Crusca, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana ecc.).
Ebbene: il dialetto bresciano di questi elementi possiede solo il primo – e il più “debole” – ovvero l’uso, mentre non possiede né un corpus letterario robusto né un’istituzione autorevole. Come se ne esce? Semplicemente non se ne esce: dobbiamo accettare che la varietà delle forme, nel tempo e nello spazio, fa parte della natura del bresciano (e della maggior parte dei dialetti).
L’unico sforzo che possiamo fare – e non è sempre facile – è quello di distinguere le varietà prodotte dalla naturale evoluzione del dialetto, dall’influenza, spesso artificiale e forzata, prodotta dalla convivenza con l’italiano. Nell’esempio citato dét, déter e dènter marcano l’evoluzione della lingua, mentre dentro è un’intrusione della lingua italiana.
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