Dialet dialetento e le analogie con l’ebraico

«È lingua di pastori e contadini; ha un lessico povero e fatica a misurarsi con il pensiero astratto». No, non stiamo facendo le pulci al dialetto bresciano; stiamo invece irriverentemente parlando dell’ebraico, lingua in cui è stata scritta la maggior parte della Bibbia. E infatti – sia detto con rispetto – la leshòn hakodèsh, la «lingua santa», non è in fondo che un magnifico illustre dialettone letterario: 5750 vocaboli, poca roba davvero (pensiamo al latino, al greco, al sanscrito). C’è forse qualche parentela tra l’ebraico biblico e il nostro dialetto? No! Nessuna, nessunissima parentela: zero assoluto! E allora che ci fa qui?
L’ebraico usa una forma che agli orecchi bresciani suona familiare. Ecco un paio di esempi: tra i libri più affascinanti dell’Antico Testamento vi è il Cantico dei cantici; il titolo è la traduzione dell’ebraico Shìr hashirìm e sta per «il cantico più bello». Lo stesso potremmo fare con l’incipit del Qohèlet: Avèl avalìm, tradotto di solito con «Vanità delle vanità», vanità assoluta.
Ebbene, anche il bresciano, meno illustre e meno santo dell’ebraico biblico (Scapa Signur, che gh’è ché i müradur!), quando modula un aggettivo al superlativo assoluto ricorre talvolta a un meccanismo assai simile a quello dell’ebraico: così vöt diventa vöt vöento; sec farà sec sechento; mat darà mat matento; e mis, mis misento … avèl avalìm, shìr hashirìm ecc. El mond l’è prope … pesèn pesenènto! Buona Pasqua a tutti.
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