Chi dei due alla fine «rimbalzella» di piú?

Eravamo soliti divertirci a lanciar sassi piatti sulle onde, gareggiando a chi producesse un maggior numero di rimbalzi: chi scrive è Johann Wolfgang von Goethe («I dolori del giovane Werther», P. II, 9 maggio).
Chi sulla spiaggia di un lago o dalla riva di un fiume non ha mai lanciato un sasso piatto per farlo rimbalzare sul pelo dell’acqua? Il gioco è antichissimo; i Greci lo chiamavano epostrakismós. La descrizione più bella la offre Minucio Felice, un autore della tarda latinità, che, nel suo Octavius, descrive il gioco per filo e per segno.
Il nome invece ce lo svela il Manzoni nei Promessi sposi: (…) bada di non andar, con de’ compagni, al lago, a veder pescare, né a divertirti con le reti attaccate al muro ad asciugare, né a far quell’altro tuo giochetto solito... dice Agnese a Menico; e prosegue: Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello (Cap. VII).
Dunque, rimbalzello! Ma come si chiama questo gioco in bresciano? «Rimbalsèl!»: potremmo chiudere un occhio anche se è un prestito dalla lingua italiana. La risposta, anzi le risposte giuste, ce le dà il solito Vocabolario dei seminaristi. La prima è la descrizione stessa del gioco: Fà le sgàe (o anche zügà ale sgàe), letteralmente «fare le scaglie».
Le altre due sono zügà ai sbilsöi o ai sbilsaröi. L’etimologia è incerta, ma sul significato sono tutti d’accordo: zampillo, schizzo. A Siena, guarda caso, giocare a rimbalzello è fare gli schizzetti: insomma, paese che vai, rimbalzello che trovi!
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