In principio fu… el nigutì dele pene rose

La seconda parola della Bibbia, nel testo originale, è «creò» (barà), riferita ovviamente a Dio; subito dopo però incontriamo due vocaboli oscuri: tohu wa-bohu, buio e desolazione, il mondo com’era prima del fiat lux. Per i greci invece all’inizio (ma ci fu mai un inizio?) era il chaos, vuoto primordiale che precedette l’universo. Tohu wa-bohu o chaos, siamo di fronte al nulla, al non-essere, concetto che le antiche civiltà faticavano ad esprimere.
Va be’, per fortuna poi sono arrivati i filosofi... In una realtà più prossima, quella del dialetto e del mondo rurale, più modesta e meno sacrale, constatiamo che anche la civiltà contadina faticava ad esprimere l’idea filosofica del nulla: «Non ne aveva bisogno – direte voi – e nessuno ha mai fatto filosofia in dialetto». È vero, ma anche quando il nulla non è idea filosofica alta, ma prosaica assenza o mancanza di qualcosa, per esprimerne il concetto il dialetto ha bisogno di ricorrere all’immagine tangibile, di dare un corpo reale anche al nulla: Che spètet? La turta dei frà? Il concetto è concreto, ben raffigurabile: la torta dei frati; ma la cucina dei frati era povera e dolci non ce n’erano! Così la turta dei frà è metafora per dire «nulla».
E che dire del poeticissimo nigutì dele pene rose? Qui il dialetto davvero ci sorprende: prima trasforma un generico pronome (negót) in un grazioso vezzeggiativo (nigutì), oggetto arcano che apriva la nostra mente bambina alla fantasia; e poi la fa splendere di quella enigmatica esplosione di colore – le pene rose – che Pascoli, Neruda e Majakovskij messi insieme, davvero non so se ci sarebbero arrivati.
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