Perdonate, ma oggi dialektika è dedicata ai boomer, in particolare ai maschiacci che frequentavano strade, cortili, oratori negli anni ’50 E ’60. Riesumiamo un vocabolo oggi sparito dall’uso: sbolà (anche nelle forme sbölà e sbülà).
T’o sbolàt! era l’esclamazione soddisfatta che il vincitore rivolgeva a chi, nel gioco, aveva perso un sacco di figurine (figürì in dialetto, al maschile). Ah, zügà a figürì: quanti ricordi! Ala riga, a naga sura…ecc. modi e regole infiniti, ma tutti ben codificati e condivisi. Ebbene, da dove arriva sbolà? Innanzitutto, lo troviamo già nel settecentesco Vocabolario dei Seminaristi: Si dice di chi con poco, o nessun rischio, e talora con frode anzi che nò, vince al compagno buona somma di danari. Il Pasquini (2014) replica la definizione, contestualizzandola all’oggi: Ripulire le tasche a qualcuno, togliergli tutto il denaro, specialmente dopo una perdita al gioco.
Quando noi boomer se zügaa a figürì – senza frode, tuttavia, tutto regolare! – non di rado capitava di finire sbolacc: era il rischio del gioco. Ma da dove arriva questo vocabolo che in italiano potremmo tradurre con spennare, vincere o giocare alle macchinette? L’ipotesi più credibile è la böla, la pula (dal latino palea, paglia), il rivestimento esterno dei semi dei cereali che rimane dopo la trebbiatura: quando gli si è tolta la pula, il seme rimane spoglio, sbolàt appunto.
Per le generazioni «postboomeriche» preciso che sbolà non era semplicemente vincere, ma stravincere e lasciare l’altro, come si suol dire, lüster, pelàt, en braghe de tela.




