«Desaparecidos: la macchina della repressione più crudele di sempre»

Lo aveva definito un «horror tour» quel suo viaggio nel cuore nero dell’Argentina. Un percorso aspro, doloroso, alle origini di un male assoluto, sintesi spietata di crudeltà e soprusi. Massimo Carlotto, a quasi 30 anni dalla pubblicazione de «Le irregolari» non si è ancora «tolto dalla testa quello che ho visto ed ascoltato». Una discesa agli inferi che, nel 50esimo anniversario dell’instaurazione della dittatura militare da parte di Jorge Videla, torna a evocare i suoi fantasmi. Abbiamo intervistato l’autore per ricostruire come arrivò a svelare l’orrore della repressione in Argentina.
Massimo, come nacque l’esigenza di raccontare la dittatura militare?
Fu davvero un caso: mi trovavo in Argentina per scrivere un romanzo su mio nonno, un anarchico fuggito in Sud America per evitare il servizio militare. Mentre mi registravo in un hotel di Buenos Aires il portiere, leggendo il mio cognome, mi parlò di Estela Carlotto, la presidentessa delle abuelas de Plaza de Mayo. Mi disse che dovevo incontrarla e che la sede della sua associazione era a poca distanza dall’albergo. Mi bastò attraversare la strada per entrare in questa abitazione piena di fotografie. Così le storie dei desaparecidos entrarono, per sempre, nella mia vita.
Ricostruendo quelle atrocità diede un quadro preciso di una dittatura che, in qualche modo, era riuscita a tenere nascoste le proprie nefandezze...
Sull’Argentina ci fu un equivoco a livello internazionale. Dal momento che avevano accordi con la Russia, i partiti comunisti europei - ad esempio - evitarono di prendere posizione. Nessuno parlava, nemmeno gli esuli. Solo dopo la caduta del regime, le cose iniziarono a trapelare.
Quanto accadde in Argentina fu traumatico: come reagì nello scoprire le violenze perpetrate ai danni degli oppositori?
Quella allestita da Videla e dai suoi fedelissimi è stata la macchina della repressione più prefetta e crudele che sia mai esistita Un meccanismo così efficace da essere esportato. Gli argentini avevano addirittura un ufficio a Londra attraverso il quale vendevano, specialmente agli arabi, il loro sistema basato sulla desaparicion.

Il tutto con la complicità degli Stati Uniti, anche e non solo attraverso il Plan Condor...
In molti chiusero gli occhi, ma gli Usa hanno fatto sì che per gli argentini non ci fossero vie d’uscita.
Cosa ha provato nel parlare con i sopravvissuti o i dissidenti entrati in clandestinità?
Le loro testimonianze sono la prova che c’è una generazione perduta che, pur scampata alla morte, non si è più ripresa da quanto accaduto.
In un regime retto da persone sanguinarie, chi l’ha colpita maggiormente per la sua crudeltà?
Faccio due nomi: Julio Héctor Simón, detto il Turco Julián, e Alfredo Astiz. Furono assassini e torturatori senza scrupoli, dei dispensatori di sofferenza che provavano gusto a far provare dolore ai loro prigionieri. Astiz fu anche quello che, tremante e spaventato, firmò la resa dopo l’invasione delle Malvinas (la guerra delle Falkland, aprile-giugno 1982, ndr). La giunta militare reclutò dei veri psicopatici per fare il lavoro sporco: del resto, si trovano sempre persone disponibili a fare del male al prossimo.
Parlava prima dell’incontro con Estela Carlotto: come la descriverebbe?
È una figura fondamentale della storia sudamericana. Senza di lei, con le madri e le nonne di plaza de Mayo, non avremmo saputo tante cose della dittatura. Poi, con l’instancabile ricerca dei figli dei desaparecidos, si è avvicinata a molti giovani.
In Argentina l’arrivo di Milei sembra l’acme di una stretta antidemocratica in tutto il Sud America...
Si sta andando verso regimi autoritari travestiti da democrazie. Milei, in particolare, sta anche cercando di riabilitare gli ultimi esponenti della Giunta Videla. Lo stesso Astiz potrebbe essere scarcerato, atto che rappresenterebbe il culmine di un processo di rimozione molto pericoloso. Mi preoccupa poi il futuro della Colombia, Paese progressista che vive gravi tensioni con l’Ecuador, istigato dagli Usa. Altro snodo cruciale sarà il dopo Lula in Brasile. Ma le prospettive sono tutt’altro che rasserenanti.
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