Francia, il test amministrativo prima del «gran voto» del 2027

Gli analisti concordano e anche i leader politici lo riconoscono apertamente: le elezioni amministrative in programma tra questo fine settimana e il 22 marzo decideranno i sindaci di tutti i 35mila comuni della Francia avranno un peso tutt’altro che locale. Salvo scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale, si tratta dell’ultima chiamata alle urne prima delle Presidenziali 2027. L’occasione perfetta, quindi, per testare strategie e pesare i rapporti di forza in vista della corsa per l’Eliseo.
Certo, le condizioni di partenza non sono le stesse: a livello locale, i partiti eredi del bipolarismo tradizionale – Socialisti e Républicains – godono di un radicamento e uno stato di salute molto migliori di quanto mostrino i dati nazionali. Per i primi, la sfida è restare in sella a Parigi e Marsiglia, prima e seconda città del Paese. Una duplice vittoria rafforzerebbe la leadership del segretario Olivier Faure, ultimamente contestata da più parti, e gli permetterebbe di affermare il successo della linea scelta per le amministrative e proposta anche per le presidenziali dell’anno prossimo: alleanza a sinistra sì, ma senza La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, considerato troppo radicale.

Gioca una partita simile anche il centrodestra dei Républicains che, in crisi a livello nazionale, cercano di conservare il radicamento locale che storicamente conservano, soprattutto nei comuni medio-piccoli. Non solo: l’ambizione è riconquistare Parigi, con l’attuale ministra della cultura Rachida Dati ben posizionata nei sondaggi. Anche qui, un buon risultato rinsalderebbe la leadership del presidente del partito Bruno Retailleau, che ha da poco annunciato la candidatura per l’Eliseo, e rafforzerebbe la linea che difende strenuamente: nessuna alleanza con l’estrema destra di Marine Le Pen.
Al contrario, le forze politiche meno radicate localmente ma più forti a livello nazionale giocano d’attacco. Il Rassemblement National di Le Pen e Bardella può contendersi Marsiglia, Nizza, Tolone e Calais. La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon difficilmente riuscirà a espugnare grandi città, ma punta a ottenere buoni risultati per rivendicare un peso imprescindibile nei rapporti di forza interni alla galassia della sinistra e magari convincere gli ormai ex alleati a sedersi nuovamente al tavolo per tornare a discutere di una candidatura comune per il 2027.
Nel centro macronista, la parola d’ordine è invece «basso profilo»: nella maggior parte dei casi Renaissance, il partito del presidente ha preferito sostenere candidati dei Républicains o di Horizons, formazione fondata dall’ex primo ministro Édouard Philippe, invece che rischiare una corsa in proprio. Philippe è candidato a Le Havre, dove è già stato sindaco, ma non nasconde le ambizioni presidenziali.
Al di là delle performance dei singoli partiti, resta l’incognita affluenza: alle amministrative del 2020, meno del 45% degli aventi diritto si era recato alle urne per il primo turno. Livelli simili o superiori di astensione non potrebbero che suonare come un campanello d’allarme, anche per le presidenziali 2027.
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