«La mia voce di tenore per Guccini: testi e invettive come pezzi d’opera»

Il bresciano Simone Fenotti sarà tra i protagonisti a ottobre del concerto-omaggio a Bologna: aAvrei dovuto incontrarlo a settembre a casa sua, aveva pensato lui la scaletta»
Enrico Raggi
Il tenore bresciano Simone Fenotti
Il tenore bresciano Simone Fenotti

«Il rapporto più vicino che ho avuto con la lirica è che ho fatto le magistrali con Pavarotti. A Modena, quando lui non era ancora Pavarotti e io non sapevo ancora chi dovevo essere, se un giornalista, un cantautore o un impagliatore di sedie. Adesso mi riaffaccio con curiosità al fatto che le mie canzoni partiranno su un palco da un punto diverso, per una destinazione diversa. Non l’avrei mai detto. È un’idea che mi incuriosisce e sono contento di assecondarla».

Così Francesco Guccini, scomparso lo scorso 6 agosto, presentava il concerto «Opera Guccini» che nelle serate del 29, 30 e 31 ottobre, al teatro Duse di Bologna porterà in scena una manciata di sue immortali canzoni arrangiate per orchestra, soprano, baritono e tenore, con la voce recitante di Giorgio Comaschi e due suoi collaboratori storici, Juan Carlos “Flaco” Biondini (chitarra) e Antonio Marangolo (sax). Il tenore è Simone Fenotti, giovane artista di Nave in progressiva ascesa di carriera. L’abbiamo intervistato.

Simone Fenotti, com’è avvenuto, da cantante lirico, l’incontro con l’opera di Guccini?

Il mondo del cantautore di Pàvana mi ha subito affascinato. I suoi profondi e ispirati testi, le sue confessioni e le denunce si adattano perfettamente alla chiave operistica. In «Cyrano» si alternano momenti intensamente lirici ad altri di forte invettiva che ben si sposano con lo spirito di molte scene d’opera (da «Lucia» a «Traviata»). Le melodie di Guccini, nella loro semplicità di costruzione, consentono al testo di essere messo in primo piano. E gli arrangiamenti di Alessandro Nidi sono bellissimi. Vanno trovati il giusto equilibrio, l’autenticità, la tinta, la diversa evoluzione psicologica di ogni pezzo. La verità testuale. Avrei dovuto incontrare Guccini a settembre a casa sua, aveva pensato lui la scaletta. L’avrei visto sorridere in prima fila in teatro. Era un uomo curioso. Il mio approccio al cantautorato risale a giugno, quando la Sovrintendente del Comunale di Bologna, Elisabetta Riva, per la festa degli 80 anni della Repubblica, mi ha chiesto di cantare tre brani di Lucio Dalla nella City Hall di Hong Kong.

Guccini durante un concerto a Brescia - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Guccini durante un concerto a Brescia - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

È vero che i tenori stanno scomparendo, come ha scritto il britannico «The Economist» qualche mese fa?

L’allarme è fondato. Si sta dissolvendo la cultura del canto. Mia nonna cantava per strada, i sui amici cantavano mentre andavano in bicicletta, anche il muratore e il contadino cantavano. Oggi verrebbero presi per matti. Senza canto non c’è più popolo. Paradossalmente, in Oriente questa passione canora è più viva che da noi.

La produzione di «Owen Wingrave» di Britten in cui ha cantato in marzo ha vinto il prestigioso Premio Abbiati...

È stata giudicata la migliore iniziativa musicale del 2025. Partitura d’estrema attualità (tratta di temi legati a guerra, potere, prepotenza, onore, affetti), drammaturgicamente potentissima, intrisa di una scrittura quasi seriale d’ardua memorizzazione ma di enorme espressività, un declamato cangiante che colpisce lo spettatore alle viscere. Ora mi attendono Parma (a ottobre con Nabucco al Festival Verdi), Bergamo (a novembre al Festival Donizetti) Jesi (a dicembre), più un debutto notevole in un importante teatro siciliano. Sono molto felice: sento che il canto mi fa penetrare di più nella realtà, la dischiude, ne dilata l’orizzonte.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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