Torna in sala «Pretty Woman»: ecco perché vale la pena rivederlo
«Pretty Woman». Basta il titolo perché le note della canzone di Roy Orbison inizino a risuonare in testa, indimenticabili tanto quanto il film che torna al cinema in questi giorni per inaugurare la nuova stagione di Nexo Studios Back to Cult, la rassegna che riporta sul grande schermo film capaci di definire epoche, linguaggi e generazioni.
A San Valentino
Dopo il successo natalizio di «Mamma, ho perso l’aereo». L’occasione è quella di San Valentino e le date, concentrate e speciali, sono il 9, 10, 11 ancora il 14 febbraio. A Brescia il titolo sarà disponibile tra la Multisala Oz e il Cinema Moretto, offrendo al pubblico la possibilità di rivedere in sala un classico del 1990 firmato da Garry Marshall e interpretato da Julia Roberts e Richard Gere, presentato in una rinnovata versione 4K.
È il tipo di ritorno che ha senso proprio perché il film, al di là della fama, ha in sé quella iconica familiarità che non stanca mai il pubblico ma invita a guardare e riguardare storie già viste come quella di Vivian Ward.
La trama
La trama è conosciuta, eppure continua a reggere perché lavora su un impianto semplicissimo e su un equilibrio di toni molto calibrato. Edward Lewis (Gere) è un finanziere ricco e abituato a controllare tutto, anche le persone; Vivian Ward (Roberts) è una giovane donna che vive di espedienti e sesso a pagamento. L’incontro avviene in una Los Angeles notturna, dove l’eleganza dei grandi alberghi convive con la precarietà delle strade.
Da lì nasce un patto: Vivian lo accompagna per una settimana in cambio di denaro e protezione, e deve adattarsi a un mondo che la giudica prima ancora di ascoltarla. Il film gioca sulla trasformazione sociale – gli abiti, i riti dell’alta borghesia, l’educazione sentimentale «al contrario» – ma insiste anche sulle frizioni: la vergogna imposta dall’esterno, le umiliazioni nei luoghi del lusso, lo scontro tra chi può comprare tutto e chi viene trattata come un oggetto.
Dentro questa cornice, la relazione scivola dall’accordo al sentimento, fino alla scelta finale che rilegge la favola di Cenerentola e il racconto di Pigmalione in chiave contemporanea.
Un cult
Il successo, al tempo, è stato enorme: oltre 463 milioni di dollari al botteghino mondiale, numeri che spiegano perché «Pretty Woman» sia diventato uno dei titoli simbolo della commedia romantica. La critica, invece, è sempre stata più divisa, e proprio questa ambivalenza aiuta a capire la sua longevità.

È un film che ha conquistato l’immaginario pop anche quando veniva contestato nelle sue scelte narrative: molti hanno sottolineato la chimica dei protagonisti e la brillantezza della confezione, altri hanno criticato l’uso di un cliché classico – la sex worker «dal cuore d’oro» – e l’idea che la storia renda più leggera e consumabile una realtà complessa.
Sono obiezioni che tornano spesso anche oggi, e non a caso la stessa Roberts, in un’intervista del 2019, ha detto di non essere certa che un film con quella premessa potrebbe essere realizzato allo stesso modo nel presente.
Eppure Pretty Woman resta un cult per motivi che vanno oltre la nostalgia. Prima di tutto per la forza di una formula narrativa antica – una Cenerentola moderna, un gioco di classi e maschere, una promessa di riscatto – resa immediata da un tono che alterna commedia e romanticismo senza appesantire.
Poi per la potenza «memetica» di alcune sequenze e oggetti: il film è un catalogo di momenti facilmente ricordabili e citabili, e questa qualità è centrale nella definizione stessa di cult, perché alimenta la ripetizione, la parodia, la rievocazione affettuosa.
Centralità di Vivian
Ma soprattutto per la centralità di Vivian, che non è solo un ruolo «funzionale» alla conversione sentimentale di Edward: è un personaggio che occupa la scena con energia, ironia e vulnerabilità, capace di far convivere fierezza e desiderio di essere vista per ciò che è.
Quando lo si definisce un film a suo modo «postfemminista», senza bisogno di incasellarlo, si vuole sottolineare proprio la doppiezza che mette in campo. Da un lato propone un’idea di emancipazione che passa attraverso codici molto tradizionali: la trasformazione estetica, la legittimazione sociale, la fantasia romantica come soluzione.

Dall’altro consegna a Vivian una voce riconoscibile e una forma di autodeterminazione che non coincide soltanto con l’essere «salvata»: il film insiste sul rispetto, sulla dignità negata, sulla capacità di scegliere cosa accettare e cosa rifiutare. In questo senso, il femminile viene raccontato come campo di contraddizioni più che come messaggio univoco: libertà e dipendenza, desiderio e giudizio, immagine e valore.
È anche per questo che continua a essere discusso e amato: perché permette, ancora oggi, di ridere e sospirare, ma anche di interrogarsi su cosa stiamo guardando quando chiamiamo «favola» una storia che parla di soldi, potere e rappresentazione.
Dove guardarlo nel Bresciano
Il film diretto da Garry Marshall sarà nelle sale questa sera, domani, mercoledì 11 e sabato 14. A Brescia lo si potrà rivedere al Moretto, in proiezioni singola alle 19, con l’aggiunta mercoledì di uno spettacolo alle 21; mentre alla Multisala Oz di via Sorbanella è in programmazione sempre alle 19 e alle 21.30; tranne sabato con l’unica proiezione alle 19.
All’Arcadia di Erbusco si può vederlo oggi, domani e mercoledì alle 20.45; al Garden di Darfo sarà proiettato domani e mercoledì alle 20.30 e infine al cinema Alpi di Temù mercoledì alle 20.45.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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