Perché lo Shakespeare di «Hamnet» è qualcosa di mai visto prima

Cristiano Bolla
Il film della regista premio Oscar Chloé Zhao racconta la vita del più importante autore inglese mai esistito, scegliendo un punto di vista diverso: quello della moglie Agnes
«Hamnet» diretto dalla premio Oscar Chloé Zhao - Foto Universal Pictures
«Hamnet» diretto dalla premio Oscar Chloé Zhao - Foto Universal Pictures
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È difficile trovare un autore che, come William Shakespeare, continui a lasciare un’impronta così riconoscibile sul cinema contemporaneo. Le sue storie sono state adattate in ogni forma possibile, dai classici in costume alle riletture moderne: «Romeo + Juliet» di Baz Luhrmann ha portato i versi in un immaginario pop, mentre «West Side Story» ha trasformato l’amore impossibile dei Montecchi e Capuleti in una tragedia urbana cantata e danzata. Anche i drammi più cupi hanno conosciuto trasposizioni memorabili e lontane dal gusto occidentale, come «Il trono di sangue» di Akira Kurosawa, che rilegge «Macbeth» attraverso il filtro del Giappone feudale. E poi ci sono i film derivativi, quelli che non dichiarano una filiazione diretta ma ne ereditano archetipi e snodi: «Il re leone», per esempio, è a conti fatti una trasposizione Disney dell’«Amleto».

Una scena di Romeo + Juliet
Una scena di Romeo + Juliet

Nel tempo, il cinema ha voluto anche ritrarre Shakespeare come personaggio, e il caso più celebre resta «Shakespeare in love», vincitore di sette Oscar e diventato un riferimento per l’idea romantica del Bardo. Quello che mancava, invece, era un’altra angolazione: non sull’autore, ma su ciò che gli accade attorno, nel punto più privato e vulnerabile della sua vita. È qui che entra in gioco «Hamnet - Nel nome del figlio», ora al cinema con Universal Pictures.

Il film

Il film, diretto dalla vincitrice del premio Oscar Chloé Zhao e tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, ci porta nell’Inghilterra elisabettiana e guarda alla quotidianità di William Shakespeare e di Agnes, sua moglie, a Stratford-upon-Avon. È un racconto che parte da una dimensione domestica, fatta di lavori, cure, piccoli riti e legami familiari, e che si stringe progressivamente attorno a un evento decisivo: la morte del piccolo Hamnet, uno dei figli della coppia.

Una scena del film «Hamnet» - dal sito di Universal Pictures
Una scena del film «Hamnet» - dal sito di Universal Pictures

Nel cast, Jessie Buckley (favorita per per l’Oscar come Migliore attrice protagonista) interpreta Agnes e Paul Mescal è Shakespeare; con loro ci sono Emily Watson e Joe Alwyn, mentre Jacobi Jupe è Hamnet. La volontà non è quella di costruire un biopic tradizionale, ma un dramma intimo in cui l’arte, piuttosto che un traguardo celebrativo, diventa un’eco possibile di ciò che accade in casa.

Agnes

La storia vera a cui il film si appoggia è, però, volutamente essenziale: Hamnet Shakespeare è esistito davvero e i registri parrocchiali riportano la sua sepoltura l’11 agosto 1596, quando aveva undici anni. Su molte altre questioni, a cominciare dalla causa della morte, i documenti non offrono certezze. È dentro questo spazio di silenzio che il film costruisce la propria interpretazione, e lo fa scegliendo un baricentro preciso: Agnes. È lei il cuore emotivo e narrativo, non solo perché vive in prima persona l’impatto del lutto, ma perché il racconto insiste su come una perdita cambi lo sguardo sul mondo, sul corpo e sul tempo, e su come il dolore possa dividere una famiglia o, al contrario, costringerla a ritrovare un linguaggio comune.

Le analisi critiche che hanno accompagnato l’uscita sottolineano proprio questo: l’autore Shakespeare non è trattato come mito letterario, ma come presenza quasi di riflesso, visto nella dinamica familiare e attraversato da ciò che accade a chi gli sta accanto. In altre parole, è un film che sposta la prospettiva dalla creazione dell’opera alla frattura che la precede, senza pretendere di dimostrare in modo didascalico un nesso causa-effetto, ma lasciando che l’idea resti sullo sfondo come tensione.

L’unicità

È qui che «Hamnet» risulta davvero unico: per taglio e per emozione. Racconta Shakespeare senza trasformarlo in monumento, e fa della tragedia familiare il centro di un’esperienza che mira a essere condivisa prima ancora che spiegata. Non a caso, il film si è imposto anche nella stagione dei premi, arrivando con otto candidature agli Oscar 2026: un segnale di quanto questo sguardo laterale, affidato ad Agnes e al suo dolore, sia riuscito a distinguersi in mezzo a un panorama di riletture shakespeariane che sembrava già averle provate tutte.

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