Tom Cruise è tornato, ma questa volta non lo vedremo appeso a un aereo in fase di decollo, lanciato nel vuoto con una motocicletta o impegnato a correre contro il tempo nei panni di Ethan Hunt. Dopo anni in cui il suo nome è diventato quasi sinonimo di spettacolo fisico, stunt estremi e grandi franchise, «Digger» promette di riportare al centro un’altra parte della sua carriera: quella dell’attore disposto a trasformarsi, deformare la propria immagine e affidarsi a un regista capace di usarne il carisma in modo inatteso. A dirigere il film è Alejandro González Iñárritu, regista premio Oscar per «Birdman» e «The Revenant», mentre Cruise veste i panni di un miliardario grottesco, sovrappeso, stempiato e sopra le righe. Un personaggio molto lontano dall’eroe atletico e apparentemente invulnerabile che il pubblico associa ormai da anni alla star americana.
La trama
Il protagonista si chiama Digger Rockwell ed è uno degli uomini più potenti del pianeta. È un magnate del petrolio immensamente ricco, abituato a esercitare il proprio potere senza incontrare molti ostacoli e convinto di poter piegare la realtà alla propria volontà. Il problema è che proprio le attività legate al suo impero sembrano aver contribuito a provocare una catastrofe ecologica dalle conseguenze potenzialmente globali. A quel punto il presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, pretende che sia lui a rimediare. In altre parole, Digger deve risolvere il problema che ha contribuito a creare e, possibilmente, convincere il mondo di essere anche l’uomo giusto per salvarlo.

Iñárritu lavora a questo personaggio da molto tempo. L’idea gli è arrivata poco dopo «The Revenant» ed è rimasta con lui per quasi dieci anni, prima di trovare la forma definitiva. Nella sua testa Digger era già molto preciso: un uomo capace di sedurre chi gli sta intorno e di trasformare il proprio punto di vista nella versione dei fatti che tutti gli altri finiscono per accettare. È proprio questo il cuore del personaggio. Digger non è soltanto un miliardario irresponsabile alle prese con una crisi enorme, ma qualcuno talmente abituato al potere da poter leggere perfino una catastrofe come un’occasione per riaffermare il proprio ruolo e la propria grandezza.
I «ricchissimi» al cinema
Da questo punto di vista, «Digger» si inserisce in una lunga tradizione cinematografica di uomini ricchissimi e convinti di poter controllare tutto. Dal Charles Foster Kane di «Quarto potere» all’Howard Hughes di «The Aviator», il cinema ha spesso usato la ricchezza estrema come lente per raccontare ossessioni, solitudine e deliri di onnipotenza. Negli ultimi anni lo stesso modello è passato attraverso i miliardari tecnologici di film come «Ex Machina», «Don’t Look Up» e «Glass Onion». Rockwell sembra appartenere a quella stessa famiglia, ma con una differenza importante: il suo potere economico è direttamente legato a una crisi che riguarda il destino del pianeta.
Ma il motivo per cui «Digger» incuriosisce così tanto resta soprattutto Tom Cruise. Negli ultimi anni l’attore è stato identificato quasi totalmente con «Mission: Impossible» e con il ritorno di «Top Gun: Maverick». La sua presenza sullo schermo è diventata sinonimo di corsa, velocità, resistenza fisica e stunt realizzati in prima persona. Eppure Cruise ha costruito una parte decisiva della propria carriera anche facendo esattamente il contrario: mettendo in discussione la propria immagine e affidandosi a grandi registi capaci di mostrarne lati meno evidenti.
Martin Scorsese lo ha diretto ne «Il colore dei soldi», accanto a Paul Newman. Oliver Stone lo ha trasformato nel veterano Ron Kovic in «Nato il quattro luglio», ruolo che gli è valso la prima candidatura all’Oscar. Stanley Kubrick, in «Eyes Wide Shut», ha giocato sull’immagine dell’uomo sicuro di sé e apparentemente sempre in controllo, smontandola progressivamente. Steven Spielberg lo ha utilizzato prima nell’azione fantascientifica di «Minority Report» e poi nella vulnerabilità di «La guerra dei mondi». Michael Mann, in «Collateral», lo ha reso invece gelido e minaccioso nei panni del killer Vincent, con capelli grigi e un’eleganza quasi impersonale.

Le sue trasformazioni
Forse il caso più importante per capire «Digger» resta però «Magnolia». Paul Thomas Anderson trasformò Cruise in Frank T.J. Mackey, guru aggressivo, istrionico e misogino, capace di riempire una sala con la propria personalità e contemporaneamente di nascondere dietro quella maschera un’enorme fragilità. Fu uno dei ruoli più lontani dalla sua immagine da protagonista tradizionale e gli valse un’altra candidatura all’Oscar.
Ancora più evidente, sul versante della trasformazione fisica e del grottesco, è il precedente di «Tropic Thunder». Nel film di Ben Stiller, Cruise appare quasi irriconoscibile nei panni del produttore Les Grossman: calvo, sovrappeso, coperto di peli e protesi, aggressivo e volgare. Non un semplice travestimento: Cruise contribuì direttamente alla costruzione del personaggio e lo trasformò in una delle sorprese più ricordate del film. Lo stesso discorso vale, in modi diversi, per il Lestat di «Intervista col vampiro», per la rockstar Stacee Jaxx di «Rock of Ages» o persino per «Edge of Tomorrow», che inizialmente presenta Cruise come un ufficiale impaurito e impreparato, quasi l’opposto dell’eroe d’azione che il pubblico si aspetterebbe.
Con «Digger», quella parte dell’attore sembra tornare al centro. Cruise ha raccontato di avere cercato per anni l’occasione di lavorare con Iñárritu, dopo essere rimasto colpito da «Amores perros» già nel 2000. Quando il progetto ha finalmente preso forma, il regista gli ha letto personalmente la sceneggiatura nell’arco di diversi giorni, costruendo con lui il personaggio passo dopo passo. Per Cruise, la trasformazione di Rockwell passa dal corpo, dal trucco, dalla voce, dalla postura e da tutto ciò che può contribuire a far sparire, almeno in parte, la figura pubblica di Tom Cruise dietro quella del protagonista. Gli porterà bene anche per arrivare a quell’Oscar che ha già sfiorato più volte?


