Perché «Top Gun» ha avuto un doppio successo e torna al cinema

Di nuovo in sala il film cult con Tom Cruise del 1986 e il sequel che ha conquistato di nuovo menti e cuori nel 2022. Due titoli separati dal tempo, ma non dal risultato clamoroso
Cristiano Bolla
Tom Cruise in «Top Gun»
Tom Cruise in «Top Gun»

Lo avrete notato anche voi: sempre più spesso si rivedono in cartellone film del passato. Alcuni tornano in sala per nostalgia, altri perché il tempo li ha trasformati in qualcosa di più grande della loro stessa trama. «Top Gun» appartiene alla seconda categoria.

A quarant’anni dall’uscita del film diretto da Tony Scott nel 1986, Pete «Maverick» Mitchell è pronto di nuovo ad emozionarci sul grande schermo con un doppio appuntamento pensato per celebrare una delle saghe più riconoscibili del cinema popolare americano: il primo capitolo sarà proiettato anche al Multisala OZ di Brescia il 13 e 14 maggio (ore 19.30 e 21.40), mentre «Top Gun: Maverick» tornerà in sala il 18 e 19 maggio (alle 19.00 e 21.40). Due film, due epoche, un unico mito costruito sulla velocità, sull’immagine, sul corpo di Tom Cruise e su un’idea di spettacolo cinematografico che ha saputo rinnovarsi senza tradire la propria origine.

La domanda, allora, non è soltanto perché «Top Gun» sia diventato un cult. La domanda più interessante è perché lo sia diventato due volte. Già prima dell’arrivo di «Top Gun: Maverick», il nickname del pilota interpretato dalla super star di Hollywood evocava un immaginario immediato: gli occhiali Ray-Ban che vanno ancora oggi a ruba, il giubbotto da aviatore, le moto lanciate accanto agli aerei, il beach volley, le silhouette controluce, la musica di Harold Faltermeyer e Giorgio Moroder, «Take My Breath Away», il bisogno di velocità. «Top Gun» era rimasto nella memoria collettiva non solo come un film, ma come estetica. Un concentrato di anni Ottanta in cui ogni elemento è diventato icona.

Il primo film

Eppure ridurre «Top Gun» a una questione di stile sarebbe insufficiente. Sotto la patina scintillante del film c’è un racconto molto semplice e proprio per questo potentissimo: un talento fuori scala deve imparare che l’istinto non basta. Maverick è il migliore, o almeno crede di esserlo, ma il film lo costringe a misurarsi con il limite, con la responsabilità e con il dolore. La morte di Goose è il trauma che spezza il gioco adolescenziale della competizione e trasforma la velocità in colpa. Da quel momento, volare non significa più soltanto primeggiare, ma capire se si è davvero in grado di sostenere il peso delle proprie scelte.

Tom Cruise nel sequel di Top Gun, uscito nel 2022
Tom Cruise nel sequel di Top Gun, uscito nel 2022

Questa è una delle chiavi più durature di «Top Gun»: il rapporto tra talento e disciplina. Maverick piace perché è ribelle, ma resta nella memoria perché deve imparare a non esserlo fino in fondo. Il film intercettava il fascino dell’individualismo, ma lo incanalava anche dentro una dimensione collettiva. Non basta essere il pilota più spettacolare: bisogna saper proteggere chi vola accanto a te. Non basta sfidare la macchina: bisogna diventare un tutt’uno con essa senza dimenticare di essere uomini. Il rapporto uomo-macchina, non a caso, è l’altro grande cuore del franchise. Gli aerei non sono mai stati semplici strumenti militari, ma prolungamenti dell’identità dei personaggi. Nel cockpit Maverick esisteva nella sua forma più pura: istinto, controllo, paura, orgoglio, precisione.

Il sequel

Quando «Top Gun: Maverick» è arrivato in sala, nel 2022, il rischio era effettivamente enorme. Riprendere un mito così codificato dopo trentasei anni poteva trasformarsi in un’operazione di nostalgia automatica, una semplice collezione di citazioni per chi ricordava il primo film. Invece il sequel diretto da Joseph Kosinski ha avuto il merito di capire che il mito di Maverick non andava soltanto replicato, ma fatto invecchiare. Il personaggio di Tom Cruise non è più il giovane pilota che vuole dimostrare di essere il migliore: è un uomo rimasto fedele alla propria natura anche quando il mondo sembra averla superata. Attorno a lui è cambiato tutto: la tecnologia, la guerra, il cinema, il rapporto del pubblico con le immagini. Ma Maverick ha continuato a credere nel corpo, nel rischio, nell’esperienza diretta.

Post pandemia

Per questo «Top Gun: Maverick» è percepito anche come il film che ha «salvato il cinema» dopo il biennio più duro della pandemia. Non in senso letterale, certo, ma simbolico: il suo successo clamoroso ha restituito alla sala l’idea di evento, di spettacolo da vivere insieme, di grande schermo come luogo naturale per un certo tipo di emozione. In un’epoca dominata dal digitale e dalla fruizione domestica, il film ha rilanciato il fascino dell’analogico: voli reali, addestramento fisico, attori dentro gli abitacoli, volti deformati dalla pressione, immagini e suoni che lo spettatore ha percepito come concreti. Tom Cruise ha trasformato ancora una volta la propria immagine pubblica in una promessa: quello che abbiamo visto non era soltanto costruzione digitale, ma cinema vissuto come prova, performance, resistenza. Un marchio di fabbrica, per la star delle missioni impossibili – dentro e fuori lo schermo.

Tom Cruise nei panni di Maverick
Tom Cruise nei panni di Maverick

Il sequel, insomma, ha funzionato perché è riuscito ad aggiornare i temi del primo film senza rinnegarli. Il talento è diventato eredità, la responsabilità è diventata paternità simbolica, il trauma di Goose è tornato attraverso Rooster, il figlio dell’amico perduto. Maverick ha dovuto affrontare non più solo la paura di fallire, ma quella di lasciare andare gli altri, di accettare che una nuova generazione possa volare senza essere protetta per sempre. Anche la rivalità ha cambiato forma: non è scomparsa, ma è stata ricondotta a un’idea più matura di squadra. Il vecchio impulso a essere il numero uno, quel machismo un po’ tossico e démodé, ha lasciato spazio alla necessità di riportare tutti a casa.

Equilibrio

Il doppio successo di «Top Gun» nasce quindi da un equilibrio raro. Il primo film ha creato un immaginario perfetto, immediatamente riconoscibile, capace di sopravvivere alle mode e persino alle critiche. Il secondo ha avuto il coraggio di non limitarsi a celebrarlo, ma di interrogarlo: cosa resta di Maverick dopo la fine della giovinezza? Cosa resta dell’eroe analogico in un mondo digitale? La risposta è arrivata dal pubblico: rimane moltissimo, se quel mito viene rimesso in moto con sincerità, mestiere e senso dello spettacolo.

A quarant’anni di distanza, «Top Gun» continua a funzionare perché parla una lingua elementare e potentissima: il desiderio di superare i propri limiti, la paura di perdere chi si ama, il bisogno di trovare il proprio posto tra libertà e responsabilità. Il cielo, in fondo, è sempre lo stesso. A cambiare è il modo in cui Maverick, e con lui il pubblico aggrappato ai braccioli, impara ad attraversarlo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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