Spielberg e gli alieni, la storia d’amore prosegue con «Disclosure Day»

Dopo «Incontri ravvicinati del terzo tipo», «E.T.» e «La guerra dei mondi», il regista torna a guardare verso il cielo con un film in cui gli alieni diventano il punto d’incontro tra mistero, memoria e presente
Cristiano Bolla
La locandina del film di Spielberg
La locandina del film di Spielberg

Certi amori, si sa, fanno giri immensi e poi ritornano. Nel caso di Steven Spielberg, quello per gli alieni non è mai stato davvero un ritorno improvviso, ma una presenza carsica, capace di attraversare oltre mezzo secolo di cinema e di riaffiorare ogni volta con una forma diversa. Prima la meraviglia, poi l’amicizia, quindi la paura, ora la domanda più contemporanea di tutte: che cosa accadrebbe se la verità sull’esistenza di forme di vita extraterrestri non potesse più essere nascosta?

È da questa premessa che nasce «Disclosure Day», il nuovo film di Spielberg prodotto da Universal Pictures e Amblin Entertainment, atteso nelle sale italiane da mercoledì 10 giugno 2026. Il titolo guarda apertamente al tema della «disclosure», la rivelazione pubblica di informazioni fino a quel momento riservate. Un concetto entrato da anni nel dibattito americano sugli Uap, i fenomeni anomali non identificati, e tornato al centro dell’attenzione anche dopo le audizioni al Congresso degli Stati Uniti del 2023 e la recente pubblicazione da parte del Pentagono di nuovi documenti e immagini. Spielberg, che da sempre usa il cinema popolare per intercettare paure e desideri collettivi, sembra aver trovato in questo scenario il modo per aggiornare una delle sue ossessioni più antiche.

Le radici dell'ignoto

Il suo rapporto con l’ignoto comincia molto prima di Hollywood. Spielberg ha raccontato più volte di essere cresciuto con uno sguardo rivolto al cielo, anche grazie al padre Arnold, ingegnere e appassionato di scienza, che gli trasmise il fascino per l’astronomia. Da quel retroterra nasce una parte decisiva della sua poetica: l’alieno non è soltanto una creatura venuta da un altro mondo, ma uno specchio.

Serve a misurare la nostra capacità di provare paura, curiosità, empatia, fiducia. La storia d’amore tra il regista e il tema inizia nel 1977, con «Incontri ravvicinati del terzo tipo», film grazie al quale è cambiato il modo in cui il cinema americano racconta il contatto extraterrestre. L’alieno non arriva per distruggere, ma per comunicare.

L’incontro diventa una chiamata quasi spirituale, un’esperienza di attrazione e smarrimento che coinvolge persone comuni, famiglie, lavoratori, bambini. Spielberg ha sostituito il terrore puro dell’invasione con la tensione della scoperta, ma la fantascienza, nelle sue mani, non ha rinunciato allo spettacolo, ma si è aperta a qualcosa di più intimo: il bisogno di credere che l’universo non sia un luogo muto.

Il fenomeno «E.T.»

Cinque anni dopo, con «E.T. l’extra-terrestre», quella traiettoria si è spostata ancora più vicino al cuore dello spettatore. L’alieno non è più la manifestazione di un mistero cosmico, ma un essere fragile, perduto, bisognoso di protezione. La storia dell’amicizia tra Elliott ed E.T. è diventata anche il racconto di una famiglia ferita, di un’infanzia che cerca un legame capace di colmare un’assenza. Non è un caso che Spielberg abbia collegato l’origine emotiva del film al divorzio dei suoi genitori. Dietro l’icona pop della bicicletta davanti alla luna c’è una ferita domestica, trasformata in favola universale.

Steven Spielberg (al centro) e il cast del film
Steven Spielberg (al centro) e il cast del film

Questa è forse la ragione per cui gli alieni di Spielberg hanno inciso così profondamente nell’immaginario popolare. Non sono rimasti confinati al genere. «Incontri ravvicinati del terzo tipo» ha costruito un’idea di contatto fondata sulla meraviglia e sul linguaggio, mentre «E.T. l’extra-terrestre» ha fatto dell’extraterrestre una figura familiare, affettuosa, immediatamente riconoscibile anche da chi non frequenta la fantascienza. Sono film che hanno cambiato il modo di guardare all’altro: non necessariamente come minaccia, ma come possibilità.

Trauma post 11 settembre

Poi, però, è arrivato il buio. Con «La guerra dei mondi», nel 2005, Spielberg ha ripreso H.G. Wells e capovolto il suo stesso immaginario. L’invasione aliena è diventata panico, fuga, collasso delle certezze quotidiane. Il film, interpretato da Tom Cruise, appartiene chiaramente al clima

dell’America post 11 settembre: non spiega il trauma, lo mette in scena attraverso corpi in fuga, città svuotate, famiglie separate, infrastrutture che cedono. L’alieno non è più qualcuno da comprendere o da salvare, ma una forza cieca che costringe gli esseri umani a misurarsi con la propria vulnerabilità.

Steven Spielberg
Steven Spielberg

È in questo percorso che va collocato «Disclosure Day», perché non si tratta di un semplice ritorno alla fantascienza, ma di un nuovo capitolo di una riflessione lunga una vita. Spielberg stesso ha indicato il film come qualcosa che, pur essendo classificabile come science fiction, gli appare più vicino al presente che alla pura invenzione. Il contesto è cambiato: oggi il discorso sugli Uap passa attraverso documenti, audizioni, whistleblower, richieste di trasparenza. Il mistero non appartiene più soltanto alla notte stellata o alla provincia americana, ma ai governi, ai media, alla politica, alla rete.

La trama

La trama ufficiale del film ruota attorno a Daniel, interpretato da Josh O’Connor, un esperto di cybersicurezza che entra in possesso di prove governative tenute segrete su una lunga storia di incontri alieni. Colin Firth interpreta un dirigente aziendale intenzionato a mantenere nascosta la verità, mentre Colman Domingo è il leader di un movimento per la disclosure che aiuta Daniel nella sua fuga. Emily Blunt invece è Margaret Fairchild, una meteorologa coinvolta in un episodio misterioso: durante una trasmissione televisiva comincia a parlare in una lingua apparentemente aliena, in una sequenza costruita come un lungo piano senza stacchi.

Il cast

Il cast comprende anche Eve Hewson e Wyatt Russell, mentre la sceneggiatura è firmata da David Koepp, storico collaboratore di Spielberg in film come «Jurassic Park», «Il mondo perduto - Jurassic Park» e il già citato «La guerra dei mondi». Alla fotografia torna Janusz Kamiński, altro nome centrale nella filmografia del regista, e la musica è ovviamente affidata al Maestro John Williams, in una nuova tappa di una collaborazione tra le più importanti della storia del cinema americano.

Emily Blunt in Disclosure Day
Emily Blunt in Disclosure Day

«Disclosure Day» può essere quindi considerato un film di sintesi. Porta con sé la meraviglia di «Incontri ravvicinati del terzo tipo», l’empatia di «E.T. l’extra-terrestre» e l’inquietudine collettiva di «La guerra dei mondi», ma le rilegge dentro un presente dominato dalla domanda sulla fiducia: verso le istituzioni, verso le immagini, verso ciò che viene mostrato e ciò che viene nascosto. Per Spielberg gli alieni non sono mai stati solo alieni. Sono sempre stati un modo per parlare degli esseri umani. E forse è per questo che, a quasi cinquant’anni dal suo primo grande incontro ravvicinato, quella storia d’amore non sembra affatto finita.

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