«Sapore di sale», il podcast che racconta i piccoli cinema della provincia

Il progetto è partito qualche mese fa, come costola permanente del Brixia Film Fest. Domenica la nuova tappa al Corallo di Villanuova
Il podcast «Sapore di sale» - © www.giornaledibrescia.it
Il podcast «Sapore di sale» - © www.giornaledibrescia.it
AA

C’è un podcast che racconta le sale cinematografiche della nostra provincia. Non un ranking povero di contenuti; non un Tripadvisor arricchito da recensioni svuotate di senso. «Sapore di Sale», con un felicissimo gioco di parole, è la trasposizione radiofonica di un viaggio fra i cinema di paese, alla scoperta delle storie di chi li anima e del pubblico che li popola, evitando di cadere in quel processo di «glamourizzazione» spesso operato dai social.

Avviato solo qualche mese fa, come costola permanente del Brixia Film Fest, è prodotto per Line Culture dal 32enne lumezzanese Stefano Collicelli, dietro ai microfoni insieme a Sara Bombana, 27enne di Capriolo, e al 28enne di Villongo Nicola Perini.

Stefano, da dove origina «Sapore di Sale»?

«Nasce da una call della scorsa primavera del Brixia Film Fest, che cercava uno spazio editoriale in cui continuare la conversazione avviata col pubblico nei giorni della rassegna. Occupandomi di podcast mi sono candidato e mi è venuto naturale coinvolgere Nicola e Sara per la loro grande preparazione e naturale inclinazione. Ci siamo da subito interrogati su come giustificare l’esistenza dell’ennesimo podcast, in un contesto come quello odierno in cui il libero accesso alle tecnologie consente a chiunque di far sentire la propria voce, a volte a sproposito, saturando l’offerta. Unendo le nostre storie e sensibilità abbiamo deciso di parlare di cinema attraverso i cinema, facendo una fotografia della frequentazione delle sale in una provincia affluente come la nostra, e del rapporto fra i cinema, il loro pubblico e la società».

Come si traduce nella pratica?

«”Sapore di sale" si compone di quattro rubriche. La più corposa è, appunto, Sale di provincia, in cui intervistiamo gestori e volontari dei cinema del territorio. Le tre più piccole sono Così brutto, Il morto del mese e Sotto la polvere, in cui parliamo a ruota libera attraverso le nostre rispettive sensibilità, tenendo come filo conduttore il tema corrente del Brixia Film Fest, che nel 2025 era «Human after all». Di fatto indaghiamo cosa ci dice il nostro rapporto col cinema rispetto al nostro essere umani».

E come definiresti questo rapporto per voi tre?

«Riflette molto le nostre personalità. Sara ha un legame molto coinvolgente: si lascia travolgere dal singolo film, si immedesima in quello che vede e riesce a sentirsi la Monica Vitti di Antonioni come la donna di borgata di Verdone. Allo stesso tempo ha una sensibilità sopraffina. Nicola possiede una cultura sterminata. È come se in testa avesse un’antologia: riesce sempre a connettere i punti e a trovare collegamenti fra opere, autori e temi, ma allo stesso tempo vive il cinema come una forma di escapismo. Io l’ho scoperto più tardi e il mio approccio è da una prospettiva sociale. Ma al netto delle singole inclinazioni, per tutti rappresenta il linguaggio che ci parla della profondità degli esseri viventi».

Quale è la sala cinematografica dei vostri primi ricordi?

«Non a caso sono tutte in provincia. Per Nicola è il Cine Teatro Junior di Sarnico, dove andava spesso col nonno la domenica pomeriggio. Il primo film che ricorda è "La città incantata” di Miyazaki. Per Sara era e rimane il Gemini di Capriolo, che ha iniziato a frequentare col papà da piccola, approcciando anche i diversi gusti dei popcorn, salvo poi pentirsene. Per me la folgorazione è avvenuta all’Astra di Sant’Apollonio, dove le maestre ci hanno portato a vedere "Kirikù e la strega Karabà”. Già allora rimasi sbigottito dalla potenza di ciò che, successivamente, ho capito essere fotografia e regia».

Nell’immaginario i piccoli cinema sono luoghi mitologici. Come sono in realtà?

«In fase di sviluppo del format abbiamo deciso di confrontare proprio questo mito e la glamourizzazione della provincia che spesso si incontra sui social. Dove circola una narrazione secondo cui i paesi sono più vivi della città, dando vita ad un immaginario non sempre aderente alla realtà, ma che viene spesso mercificato per campagne di comunicazione più o meno disinteressate. Il nostro obiettivo è sollevare il fondale sul quale passano le immagini patinate della provincia e vedere cosa c’è dietro, allontanandoci anche da quell’esercizio di stile postmoderno che assegna voti e recensioni ai luoghi. Abbiamo intercettato storie che ci parlano di un universo che sta scomparendo e, allo stesso tempo, ci raccontano un modo diverso di approcciare l’abitare nel nostro tempo. Abbiamo trovato realtà che resistono e provano a fare comunità».

L'ex cinema San Faustino a Sarezzo - © www.giornaledibrescia.it
L'ex cinema San Faustino a Sarezzo - © www.giornaledibrescia.it

Chi o che cosa tiene in vita le piccole sale? Quale apporto danno alle comunità in cui sono inseriti?

«Bisogna dare credito a volontari e volontarie appassionati di cinema. Persone che hanno iniziato a frequentare quei luoghi fin da bambini, ci si sono affezionati e, diventati adulti, hanno voluto prendere in mano il testimone. Questi cinema sono luoghi che si connotano come spazi di aggregazione, dove si sostanzia il concetto stesso di comunità».

L’esistenza delle multisale influisce sulla loro sopravvivenza?

«Il tema è meno rilevante rispetto ad altri. Se vogliamo parlare di sopravvivenza e delle conseguenze sull’atto stesso di andare al cinema, il nodo centrale è lo streaming, che ha stravolto il modo di fruire il prodotto cinematografico. Le sale oggi faticano a emergere e a far comprendere al pubblico che l’esperienza, diciamo così, diretta può offrire qualcosa in più rispetto alla visione domestica. Ciò detto, per alcuni cinema della nostra provincia sono statti messi in campo investimenti importanti».

Quali sono le prospettive concrete a medio e lungo termine?

«Oggi le sale contano su un pubblico affezionato fatto di famiglie e persone sopra i 40 anni, che cercano un riferimento nel loro paese in cui fare aggregazione e consumare prodotti culturali. Ovunque è stato messo in campo un lavoro per attrarre le nuove generazioni, ma sul lungo termine si dovrà fare i conti con macro questioni socio economiche. Il timore è che senza un ricambio generazionale sul fronte della gestione questi luoghi possano effettivamente chiudere».

Esiste un antidoto?

«L’unico modo è continuare a vivere quegli ambienti. Capita spesso che ci si rammarichi quando uno spazio culturale chiude. Sarebbe un peccato dover dire addio ai piccoli cinema di provincia solo per mancanza d’abitudine o per la comodità di avere a portata soluzioni più immediate, che evitano l’uscire di casa, prendere l’automobile o sedersi sulla poltrona di una stanza che non riconosciamo come il nostro salotto. Vale la pena appiattarsi su modelli di consumo di prodotti culturali immediati, come lo streaming, solo perché più facili? Perché invece non riscoprire la bellezza di essere parte di una comunità attiva, che si materializza anche nei corpi che stanno intorno a noi in una sala cinematografica? Speriamo che raccontare nel nostro podcast le storie di chi sta dietro le sale, e chi le frequenta, incentivi anche la voglia di andarle a riscoprirle di persona».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.

Suggeriti per te

Caricamento...
Caricamento...
Caricamento...