In Jane Austen, innamorarsi significa fare i conti anche con tutto ciò che sta intorno all’amore. Una famiglia da convincere, un patrimonio che manca, una reputazione da proteggere. Fra quello che si desidera e quello che si può ottenere si apre lo spazio delle sue storie, continuamente riprese dal cinema. A tornarci, questa volta, sono le sorelle di «Ragione e sentimento», con le loro diverse idee sulla felicità e sul prezzo che si è disposte a pagare per raggiungerla. Dal 22 ottobre nelle sale con Universal, il nuovo film di Georgia Oakley ritrova Elinor e Marianne Dashwood nel momento in cui il lutto si trasforma in precarietà. La morte del padre le costringe a lasciare la casa di famiglia, passata al fratellastro John, e a trasferirsi con la madre e la sorella minore in un cottage nel Devon. Prima delle delusioni sentimentali arriva dunque una scoperta più concreta: la sicurezza nella quale sono cresciute dipendeva da qualcosa che non potevano controllare.
Daisy Edgar-Jones dà volto a Elinor, che cerca di tenere insieme responsabilità e desideri senza lasciare affiorare troppo ciò che prova. Esmé Creed-Miles è Marianne, pronta a riconoscere nell’intensità di un’emozione la prova della sua verità. Anche gli incontri amorosi mettono alla prova questa distanza: alla riservatezza di Edward Ferrars, interpretato da George MacKay, risponde il fascino di Willoughby, al quale Frank Dillane presta il volto. Per Marianne c’è inoltre l’attenzione discreta del colonnello Brandon. Intorno, gli adulti consigliano, osservano, intervengono: trovare un marito riguarda il futuro dell’intera famiglia.
La versione di Oakley
Oakley sceglie un tono più austero e raccolto rispetto alla versione di Ang Lee del 1995. Il paesaggio, gli esterni e l’aspetto meno composto delle protagoniste fanno parte del suo tentativo di avvicinare quel mondo all’esperienza quotidiana.

Al centro mette il rapporto fra le sorelle: ciascuna deve imparare a comprendere un modo di sentire diverso dal proprio, mentre entrambe cercano di orientarsi fra desiderio e obblighi. È da questa intimità familiare che il film torna a interrogare il romanzo. Il precedente film di Lee, tuttavia, ha lasciato un’impronta profonda: Emma Thompson, anche autrice della sceneggiatura premiata con l’Oscar, e Kate Winslet erano le due Dashwood. Riportarle sullo schermo oltre trent’anni dopo significa misurarsi anche con la memoria degli spettatori, con i volti e le emozioni attraverso cui molti hanno incontrato per la prima volta questa storia.
La storia del romanzo
Il legame fra le sorelle era già nel primo titolo del libro, «Elinor e Marianne», al quale Austen cominciò a lavorare nel 1795. Sarebbe arrivato alla pubblicazione soltanto nel 1811, dopo diverse revisioni, diventando il suo esordio editoriale. Sul frontespizio il nome della scrittrice non compariva: il romanzo era attribuito semplicemente a «una signora». La prima tiratura si esaurì in due anni. Le successive trasposizioni hanno continuato a tornare a queste due giovani donne, al loro apprendistato emotivo e alla necessità di capire meglio se stesse e gli altri. Una parte della forza di Austen sta proprio nella possibilità di riconoscersi nelle sue protagoniste senza dover condividere il mondo in cui vivono. L’intelligenza convive con l’errore, il desiderio di scegliere con la difficoltà di giudicare le persone. A rendere vicini quei personaggi contribuisce l’ironia: la scrittrice osserva vanità, debolezze e piccole strategie sociali, costruendo figure nelle quali l’identificazione può accompagnarsi al sorriso. Sono elementi che offrono al cinema tanto un intreccio romantico quanto una commedia dei comportamenti.
Le differenze di ricchezza e prestigio, inoltre, condizionano concretamente le relazioni. Nei romanzi si entra spesso in quella società seguendo donne che ne osservano il funzionamento da una posizione di potere limitato. Il matrimonio promette amore e sicurezza, mentre la ricerca di un’unione felice porta alla luce i vincoli entro cui bisogna muoversi. La critica delle gerarchie convive così con il piacere di seguire le protagoniste verso un esito favorevole: due spinte che aiutano a comprendere la durata del successo di Austen.
Le riletture
La capacità di cambiare epoca ha trovato una dimostrazione in «Clueless - Ragazze a Beverly Hills». Nel 1995 Amy Heckerling trasferì Emma fra gli adolescenti di Beverly Hills, riconoscendo nello snobismo del romanzo un meccanismo adatto anche alle gerarchie di un liceo. La posizione sociale diventava popolarità, mentre gli abbinamenti sentimentali e gli errori di valutazione trovavano un’altra ambientazione. La regista aveva individuato un sistema di relazioni che poteva funzionare anche a grande distanza dall’Inghilterra di Austen. Anche le Dashwood hanno viaggiato: «Kandukondain Kandukondain», diretto da Rajiv Menon nel 2000, per esempio, ne ha fatto un musical in lingua tamil.
A cambiare può essere anche il personaggio dal quale guardare una vicenda conosciuta. È accaduto quest’anno con «The Other Bennet Sister», che, partendo dal romanzo di Janice Hadlow, ha portato al centro Mary, la sorella meno considerata della famiglia di «Orgoglio e pregiudizio». Un cambio di prospettiva che allarga il racconto oltre la coppia più celebre e segue la ricerca di indipendenza di chi era rimasta sullo sfondo.
Elizabeth Bennet e Darcy invece si riprenderanno la scena il 3 dicembre, quando Netflix distribuirà una nuova miniserie di «Orgoglio e pregiudizio». Questa volta avranno i volti di Emma Corrin e Jack Lowden, mentre a rileggere il romanzo sarà Dolly Alderton, con sei episodi a disposizione. Si ricomincerà dall’arrivo di ricchi scapoli nel vicinato e dalle speranze suscitate in una famiglia con cinque figlie da sposare. Elizabeth dovrà ancora fare i conti con l’orgoglio di Darcy e con i propri giudizi, fra incontri, incomprensioni e scandali capaci di compromettere il futuro delle sorelle.



