Il nuovo «Oceania» arriva nelle sale italiane il 19 agosto in una situazione che rende particolarmente evidente una delle contraddizioni della strategia Disney degli ultimi quindici anni. È il rifacimento in live action (ovvero in carne ed ossa) del film animato uscito appena nel 2016, diventato nel frattempo uno dei titoli più popolari del catalogo recente della compagnia. Ed è soprattutto un remake che segue a distanza ravvicinatissima «Oceania 2», il sequel animato arrivato alla fine del 2024 e che ha superato il miliardo di dollari nel mondo, confermando l’interesse del pubblico più giovane per Vaiana, Maui e il loro universo.
È inevitabile, allora, che torni la domanda che accompagna da anni i remake live-action Disney: era necessario? La parola, però, è una trappola. Nessun film è strettamente necessario, né lo sono un sequel, un adattamento letterario, una nuova versione di una storia già raccontata o il ritorno di un personaggio conosciuto. La questione più interessante è un’altra: perché Disney continua a trasformare in live action i propri classici e, soprattutto, questa operazione funziona?
I motivi dei live action
Le ragioni sono innanzitutto industriali. Disney possiede uno dei cataloghi di storie e personaggi più riconoscibili della cultura popolare e può utilizzarlo come un patrimonio da riattivare periodicamente. Un nuovo «Aladdin» non deve spiegare al pubblico chi sia Aladdin; «Il re leone» parte da personaggi, immagini e canzoni che appartengono alla memoria di più generazioni; «La bella e la bestia» può presentarsi come un grande evento cinematografico contando su un legame emotivo costruito decenni prima. Il remake riduce quindi uno dei rischi principali del cinema ad alto budget: quello di dover creare da zero un marchio capace di attirare centinaia di milioni di spettatori. In questi anni Disney non ha smesso di proporre storie animate originali, ma «Strange World» e «Wish» sono andati significativamente peggio dei vari sequel e di molti remake.
Il valore di questi film non si esaurisce al botteghino. Riportare un titolo nelle sale significa rimettere in circolazione contemporaneamente l’originale sulle piattaforme, la musica, i prodotti derivati, le attrazioni dei parchi e ogni altra ramificazione del franchise. Quando «Lilo & Stitch» ha superato il miliardo di dollari nel 2025, Disney ha rilevato anche una forte crescita della visione dei precedenti contenuti legati ai personaggi su Disney+. «Oceania 2» inizialmente doveva essere una serie tv per Disney+, ma proprio i dati di visione del primo cartone hanno spinto la Casa di Topolino non solo a raddoppiare, ma a trasportarlo in carne ed ossa. Il remake, insomma, non sostituisce necessariamente l’originale: può aumentarne nuovamente il valore.
Cultura
C’è una seconda ragione dietro a queste operazioni, meno commerciale e più culturale. Riproporre una storia dopo venti o trent’anni consente di modificarne alcuni elementi per adeguarla alle sensibilità del presente. È successo soprattutto con i personaggi femminili. Le protagoniste dei remake tendono ad avere maggiore autonomia, obiettivi più espliciti e un’identità meno dipendente dalla relazione romantica. Belle, Jasmine, Mulan o Biancaneve vengono riscritte in misura diversa anche perché il modello di principessa costruito dalla Disney nel corso del Novecento non può essere riprodotto automaticamente molti decenni dopo.

Lo stesso vale per la rappresentazione culturale. «Aladdin», «Mulan», «Lilo & Stitch» e «Oceania» chiamano in causa culture che non possono più essere trattate semplicemente come sfondi esotici. Nel nuovo «Oceania» la produzione ha coinvolto oltre duecento interpreti provenienti dalle comunità del Pacifico; Catherine Lagaʻaia, che interpreta Vaiana, è australiana di origine samoana, mentre Dwayne Johnson torna nei panni di Maui dopo avergli già prestato la voce nell’animazione. L’obiettivo dichiarato è conservare il carattere spettacolare della storia rafforzandone nello stesso tempo il legame con le culture oceaniche che l’hanno ispirata.
La tecnologia
Questione tecnologia: chiamare questi film semplicemente live action può essere persino fuorviante. Uno dei titoli decisivi del filone, «Il libro della giungla» di Jon Favreau, utilizzava un attore reale circondato quasi interamente da ambienti e animali digitali. «Il re leone», ancora diretto da Favreau, ha spinto il concetto molto più avanti: le immagini sembrano riprese dal vero, ma sono sostanzialmente costruite attraverso animazione digitale fotorealistica. Il remake live-action diventa così anche una dimostrazione di ciò che il cinema contemporaneo è tecnicamente in grado di fare: prendere un mondo conosciuto e chiedersi come apparirebbe se potesse essere fotografato.
Il problema è che proprio questa trasformazione può sottrarre qualcosa all’originale. L’animazione non è una versione meno avanzata della realtà, ma un linguaggio autonomo. Un leone disegnato può esprimere emozioni deformando il volto in modi che un leone fotorealistico non potrebbe avere; un personaggio può cambiare forma, peso, proporzioni e movimento senza dover rispettare la fisica. L’aggiornamento tecnologico ha senso quando produce una nuova esperienza, molto meno quando serve soltanto a ricostruire con maggiore realismo immagini che funzionavano proprio grazie alla loro stilizzazione.
Gli incassi
La storia degli incassi dimostra comunque perché Disney abbia insistito tanto sul modello. «Alice in Wonderland» di Tim Burton aveva superato il miliardo di dollari già nel 2010. «Il libro della giungla» nel 2016 si era avvicinato a quella cifra, accompagnando il successo commerciale con alcune delle recensioni migliori ricevute dal filone. «La bella e la bestia» nel 2017 ha incassato circa 1,26 miliardi. Nel 2019 «Aladdin» ha superato 1,05 miliardi e «Il re leone» si è spinto intorno a 1,66 miliardi.
Sono numeri che hanno trasformato una serie di esperimenti in una strategia industriale. E dimostrano anche che il giudizio della critica non è necessariamente decisivo. «Aladdin» e soprattutto «Il re leone» hanno ricevuto recensioni molto più tiepide rispetto al loro successo con il pubblico. A entrambi è stata rimproverata, in forme diverse, un’eccessiva dipendenza dai predecessori: poca necessità di raccontare nuovamente la stessa storia, troppe sequenze riconoscibili, l’impressione di un’operazione costruita sulla nostalgia. Il pubblico, però, ha premiato esattamente ciò che parte della critica considerava un limite: ritrovare le canzoni, le scene e i personaggi già amati all’interno di uno spettacolo tecnologicamente aggiornato.
Naturalmente questi film non sono copie perfette. «Aladdin» amplia il ruolo e le ambizioni di Jasmine, trasformandone maggiormente il desiderio di partecipare al governo di Agrabah; altri remake modificano personaggi, relazioni o motivazioni, aggiornando inevitabilmente materiale nato in momenti storici differenti. «Maleficent», con protagonista Angelina Jolie, aveva fatto qualcosa di ancora più radicale già nel 2014, prendendo la cattiva della «Bella addormentata nel bosco» e trasformandola nella protagonista, cambiando punto di vista e significato della vicenda. Il risultato è stato un successo da circa 760 milioni di dollari. La fedeltà, dunque, è soltanto una delle possibilità.
Quando il delicato equilibrio fra riconoscibilità e cambiamento si rompe, però, sono arrivati i problemi. «Dumbo» di Tim Burton, nel 2019, si è fermato intorno ai 350 milioni di dollari nonostante una produzione importante. «Alice attraverso lo specchio», nel 2016, era precipitato intorno ai 300 milioni dopo che il precedente «Alice» aveva superato il miliardo. «La sirenetta», nel 2023, ha raggiunto circa 570 milioni: una cifra elevata in termini assoluti, ma molto lontana dai risultati che pochi anni prima sembravano quasi normali per i grandi rifacimenti dei classici Disney.
Il caso «Biancaneve»
«Biancaneve» è un caso a parte, invece. Uscito nel 2025, il film di Marc Webb si è fermato poco sopra i 200 milioni di dollari mondiali a fronte di un costo di produzione riportato intorno ai 270 milioni, diventando uno dei flop più evidenti della recente storia della Disney. Il suo caso è però impossibile da ridurre a una sola spiegazione.

Il progetto era stato trascinato per anni all’interno delle cosiddette culture wars americane: la scelta di Rachel Zegler, attrice di origini colombiane e polacche, aveva provocato attacchi online; l’idea di rendere Biancaneve una protagonista più autonoma era stata indicata da una parte dei detrattori come un altro esempio della presunta svolta woke della Disney; le dichiarazioni della stessa Zegler sul film del 1937, da lei considerato datato in alcuni aspetti della rappresentazione amorosa, avevano ulteriormente alimentato il confronto. Anche la rappresentazione dei sette nani era diventata oggetto di controversie dopo le critiche dell’attore Peter Dinklage. A tutto questo si è aggiunto un livello politico completamente distinto. Zegler aveva espresso pubblicamente sostegno alla causa palestinese, mentre Gal Gadot, israeliana e interprete della Regina cattiva, aveva assunto posizioni pubbliche di sostegno a Israele dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Le tensioni legate alla guerra a Gaza hanno accompagnato anche la promozione del film, contribuendo al fallimento commerciale del film.
«Lilo & Stitch»
Sarebbe però sbagliato dedurne che il pubblico abbia semplicemente smesso di volere i remake. Pochi mesi dopo «Biancaneve», «Lilo & Stitch» ha superato il miliardo di dollari nel mondo, diventando uno dei maggiori successi cinematografici del 2025. La formula che sembrava esausta ha quindi prodotto quasi immediatamente un nuovo fenomeno internazionale. I live action Disney, quindi, funzionano, ma non in quanto live action Disney.

Non esiste più, ammesso che sia mai esistita, una semplice equazione tra popolarità dell’originale e risultato del remake. Bisogna considerare la distanza temporale, l’affetto accumulato dal pubblico, la possibilità di offrire immagini realmente nuove, il costo dell’operazione, la qualità delle modifiche narrative e la capacità di aggiornare una storia senza dare l’impressione di volerla correggere o, al contrario, di limitarsi a ricopiarla. Soprattutto bisogna dosare due elementi che lavorano in direzioni opposte. Il primo è la nostalgia: lo spettatore vuole riconoscere qualcosa. Il secondo è la novità: deve esistere una ragione per preferire, almeno per due ore, il nuovo film a quello già disponibile. Cambiare troppo significa perdere il rapporto emotivo con il modello; cambiare troppo poco significa rendere evidente la natura commerciale dell’operazione.
L’esperimento
In questo senso «Oceania» rappresenta un esperimento particolarmente rischioso. Non ha alle spalle i venticinque o trent’anni che separavano «Aladdin», «La bella e la bestia» e «Il re leone» dalle rispettive versioni animate. Ne sono passati dieci. Nel frattempo l’originale ha continuato a essere visto massicciamente in streaming e «Oceania 2» ha appena dimostrato, superando il miliardo, che per rendere nuovamente commerciale quel mondo non era necessario trasformarlo in live action. Il nuovo film, dopo oltre un mese nelle sale nordamericane e in diversi mercati internazionali, è intorno ai 283 milioni di dollari mondiali prima dell’uscita italiana: un risultato per ora molto lontano dai massimi raggiunti dal filone.
Il remake ha quindi meno nostalgia su cui lavorare, ma parte da uno dei franchise Disney più vitali del presente. È contemporaneamente il suo vantaggio e il suo rischio. Quindici anni di live action hanno dimostrato che rifare un classico può produrre un miliardo e mezzo di dollari oppure un costoso insuccesso, che la critica può respingere un film adorato dal pubblico e che una formula apparentemente in declino può tornare a esplodere con il titolo successivo.
Il filone continuerà ad avere una ragione industriale, culturale e tecnologica per esistere finché Disney riuscirà a trovare un equilibrio tra questi elementi. Ma il marchio non garantisce più da solo il risultato. Ogni remake deve individuare quanto conservare, quanto cambiare e soprattutto il momento giusto per tornare su una storia. «Oceania» prova a farlo molto prima del consueto. È una scommessa più esposta delle altre, ma dopo i miliardi prodotti dalla stessa strategia Disney può permettersi anche qualche giocata che non offre risultati garantiti.



