Quando un artista arriva a identificare completamente la propria vita con la propria opera, cosa resta nel momento in cui quell'opera viene rifiutata? È da questa domanda che prende forma «Dodeskaden», lo spettacolo scritto da Michele Segreto e Fabio Pisano e diretto dallo stesso Segreto, in scena venerdì 12 giugno alle 20.30 in Sala Castri al Teatro Borsoni all'interno di Duende, il festival di arti performative e nuove tecnologie del Centro Teatrale Bresciano (biglietti disponibili online su Vivaticket e al botteghino a partire da 10 euro).
Sul palco Marzia Gallo, Matteo Ippolito, Matteo Vignati e Riccardo Vicardi danno corpo al momento più buio della vita del leggendario cineasta giapponese Akira Kurosawa: il fallimento al botteghino del suo film più personale “Dodes'ka-den” (1970) e la crisi che, nel 1971, spinse il grande maestro a tentare il suicidio. Un racconto che attraversa arte, fragilità e desiderio di riconoscimento, interrogandosi sul confine sottile tra libertà creativa e aspettative del pubblico, tra successo e fallimento, tra vita e opera quando finiscono per coincidere. Abbiamo incontrato Michele Segreto per parlare della genesi dello spettacolo, del rapporto tra creazione artistica e fallimento e di ciò che la vicenda di Kurosawa può ancora raccontare al pubblico contemporaneo.
Michele, cosa vedremo in scena?
È un racconto personale ma anche collettivo del gruppo artistico che ha lavorato allo spettacolo, che parte dalla vicenda di Kurosawa per poi aprire una serie di domande. Raccontiamo il periodio più buio di Kurosawa: il fallimento, non di critica, ma di botteghino, del suo film autoprodotto, il più personale da tanti punti di vista e come poi da quel fallimento Kurosawa abbia cercato di togliersi la vita.
Perché il film fallì?
Perché Kurosawa sceglie di fare un film diverso dal solito, di abbandonare un genere che lo aveva reso famosissimo, che era il genere dei samurai. Fa questa cosa e il pubblico non lo segue. Allora, per noi che facciamo questo mestiere diventa un interrogativo molto grosso: che cosa bisogna fare? Seguire il pubblico e il mercato o, nel momento in cui c'è un'idea, un'urgenza, anche artistica, rincorrere quella con tutti i rischi che questo comporta?
Una questione delicata…
Il discorso era già aperto allora. Uno dei principali collaboratori di Kurosawa, Toshirō Mifune, un grandissimo attore, nei momenti in cui discutono, decide che no, per lui quello che importa è fare film dove ti pagano, e quindi comincia a fare dei film abbastanza discutibili, uno in fila all'altro, abbracciando completamente la dinamica del mercato. Mentre Kurosawa si considera più un artista, e forse la paga anche un po' per questo.
E lei da che parte si schiera?
Io ovviamente mi schiero dalla parte di Kurosawa, molto più che da quella di Mifune, evidentemente, nel senso che io detesto l'intrattenimento, penso che non sia l'obiettivo del teatro e del cinema, sia l'obiettivo di qualcos'altro.
Nella costruzione della drammaturgia, avete lavorato su interviste e materiali d'archivio. Come si è trasformato in teatro?
I materiali sono stati lavorati tanto in sala prove dagli attori, perché è stato un processo creativo condiviso. E nei giorni in cui abbiamo potuto farlo, con la presenza di Fabio Pisano, che ha lavorato sull'improvvisazione, sugli stimoli, sui film che vedevamo. Lui scriveva l’impronta e subito provavamo a fare quello che veniva scritto in scena, poi correggevamo. Insomma, è anche questa la ragione per cui la produzione ha preso quasi cinque anni, ovviamente non continuativi, però, perché abbiamo lavorato un po', poi abbiamo messo in pausa, poi ci siamo ritrovati. Un percorso molto lungo. Lo spettacolo parte appoggiandosi al documentario, da un finto cineforum che si sta preparando su Kurosawa, dove però comincia tutto ad andare in una maniera un po' strana e da lì prende l'avvio la parte più immaginifica dello spettacolo.
Oggi siamo molto abituati a celebrare il successo piuttosto che portare in scena il fallimento. Qual è l'importanza invece di mostrare il fallimento e c’è un valore creativo nel fallire?
Assolutamente. Si parte dal fallimento, nel senso che, senza arrivare a parlare del clown, ma diciamo che il fallimento è la base di qualunque esperienza artistica, purtroppo o per fortuna. Dall'altro lato, dopo questo disastroso fallimento, vero è Kurosawa in una qualche maniera risorge e fa ancora dei capolavori — da Dersu Uzala fino a Ran, fino a Kagemusha, insomma dei film incredibili dopo questo tentato suicidio, perché ovviamente è un suicidio da cui viene ripescato.
Cosa si augura lasci questo spettacolo in chi lo guarda?
Banalmente, la voglia di andare a recuperare qualche film. E poi invece, più nel profondo, un briciolo di comprensione in più di che cos'è il lavoro artistico, e di quanto sia faticoso e doloroso, e come letteralmente – o anche no – la gente ci lasci le penne per questa urgenza di creare. Per cui ecco, un pochino più di consapevolezza nel sapere che le cose funzionano anche così, che gli artisti sono persone fragili, che vanno protette, vanno capite. Non immediatamente recensite negativamente su Rotten Tomatoes.



