«La mia Anna, madre ordinaria vinta dalla paura di perdere il controllo»

Jasmine Trinca, dopo il film di Moretti, è di nuovo protagonista alla Mostra di Venezia con «L’estranea» di Paolo Strippoli, accanto a Valeria Bruni Tedeschi
Emanuela Castellini
Jasmine Trinca (a destra) e Valeria Bruni Tedeschi © www.giornaledibrescia.it
Jasmine Trinca (a destra) e Valeria Bruni Tedeschi © www.giornaledibrescia.it

Jasmine Trinca arriva subito al dunque, quando parla. Cerca l’essenza, dimostrando che la sua personalità rispecchia la sua ricerca attoriale, tra rigore e profondità. Alla Mostra di Venezia è protagonista di due film in concorso, «Succederà questa notte» di Nanni Moretti, e «L’estranea» di Paolo Strippoli – coprodotto da Propaganda Italia e Rai Cinema, in sala dall’8 ottobre con 01 Distribution – nel quale interpreta una madre che ritorna, che porta con sé un peso, che nasconde un inquietante segreto. «Quando ti nasce un figlio sai che devi proteggerlo dal male e quel male devi prenderlo tu» dice nel film l’attrice romana, capace di stare in scene di dolore senza costruire il dolore, capace di sembrare una madre presente in un presente che è sempre complicato da recitare. L’attrice, che abbiamo incontrato al Lido, dopo la proiezione ufficiale, così si racconta.

Jasmine, nel film lei dà vita ad Anna, che mamma è?

Anna è una madre ordinaria, come sono alcune di noi - non esattamente io perché sono una mamma imperfetta, anche confusa su delle cose, ma guidata da questo senso di voler essere sufficientemente buona con mia figlia. Anna Colonna è semplicemente se stessa nel mondo, fa di se stessa modello per il mondo e vuole avere tutto e tutti sotto controllo. E i figli sono la prima cosa che in qualche modo il mondo ti dà la possibilità di manovrare e controllare.

Lei ha mai paura di perdere il controllo?

A parte il timore del vuoto, di cadere, la cosa che mi fa veramente paura sono le relazioni umane. Forse per questo provo a generare con questo lavoro un contatto umano che costringe gli altri a stare. Quando sono stata in scena con Valeria (Bruni Tedeschi, ndr) con la quale non avevo mai recitato né avuto quello spazio di libertà – seppur ben concepito dal regista –, nel momento in cui ho visto lei in scena sono dovuta stare lì ad ammirare quello che avrei potuto diventare io con lei. Valeria mi ha costretto ad avere una proiezione assurda, fantastica e fisica.

Non è una questione di genere, ma il fatto che ci siano due sole registe donne in concorso alla Mostra significa che la strada è ancora lunga, o sta cambiando la situazione?

È un sistema che si replica all’infinito nonostante i tempi vadano avanti e anche il mondo vada in un altro modo. Basta guardare gli altri Paesi e la quantità di registe che possono esprimere anche il loro sguardo differente. Lo sguardo femminile non è univoco: è plurale, e dovrebbe essere anche la selezione naturale di una Mostra d’Arte Cinematografica. È un problema esteso: come se la competizione fosse un luogo riservato solo ai grandi maestri maschili che si guardano e spesso si celebrano. Invece, credo che sia importante per restituire una visione del mondo composita. È un discorso che va affrontato al più presto, del quale dobbiamo prenderci la responsabilità.

Nel film il suo personaggio, quello di sua figlia e l’estranea rispondono, in qualche modo, a uno stesso femminile?

A una possibilità del femminile di allontanarsi da questa strada che viene indicata e imposta. Un altro è essere anche vittima di noi stesse e di quel controllo. Il lato femminile è una parte di sé che riesce però a dare voce, a proposito di demoni, alle istanze più profonde e sincere che non si vogliono ascoltare. Anna nasconde qualcosa di misterioso. Grazie a questo film ho fatto un viaggio che non mi aspettavo, che mi ha divertita e inquietata.

“La bellezza salverà il mondo” scriveva Dostoevskij: potrebbe essere ancora così, oggi?

Secondo me, purtroppo, non ce la farà.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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